Honduras, trovato un accordo, ma bisognerà attendere il voto del Parlamento perchè sia valido
Angela Nocioni
Accordo fatto in Honduras, ma è presto per dichiarare davvero chiusa la crisi aperta dal golpe del 28 giugno. La commissione di dialogo tra il presidente golpista, Roberto Micheletti, e il presidente legittimo, Manuel Zelaya, ha trovato una mediazione approvata da entrambe le parti.
L'accordo prevede che sia il parlamento a decidere sul ritorno alla presidenza di Zelaya, previo ambiguo passaggio per la corte suprema (controllata dai golpisti). I due si sono comunque impegnati a firmare una pace definitiva.«Il mio governo ha deciso di appoggiare una proposta che permette il voto del parlamento previa espressione di parere della corte suprema e ho autorizzato i miei negoziatori a firmare un accordo» ha detto Micheletti, che però ha bluffato più d'una volta negli ultimi mesi facendo saltare diversi tentativi di soluzione politica al dopo golpe.
L'accordo prevede otto punti, tra i quali la formazione di un governo di riconciliazione nazionale, il riconoscimento della validità delle elezioni presidenziali del prossimo 29 novembre e la possibilità di un ritorno di Zelaya alla presidenza (fino alle elezioni alle quali Zelaya per norme previste dalla legge elettorale non potrà partecipare). Il presidente deposto tornerà alla presidenza che dovrà comunque lasciare dopo la formazione del governo designato dal voto del 29 novembre se così deciderà il parlamento, ma di mezzo c'è il parere della corte suprema. Questo punto è il più delicato e il più ambiguo. Non è detto che la corte suprema non faccia saltare l'accordo e in ogni caso, per essere certi del risultato del voto del parlamento, bisogna aspettare che questo avvenga.
Zelaya, che continua a vivere rinchiuso nell'ambasciata brasiliana in Honduras, aveva annunciato la settimana scorsa la rottura della trattativa poiché non riusciva a mettersi d'accordo con Micheletti su quale dovesse essere l'organo istituzionale a decidere il suo ritorno (breve) al potere.
Se il parlamento, come chiedeva lui, o se la corte suprema, come volevano i golpisti. A riannodare il filo del dialogo è stata una delegazione statunitense, diretta dal segretario di stato per l'emisfero occidentale, Thomas Shannon e di cui fa parte personale dell'organizzazione degli stati americani. Commenti positivi sulla mediazione, che dovrebbero far pensare ad effettive rassicurazioni ricevute dalla Casa Bianca sulla reale soluzione politica della crisi, sono stati espressi dalla segretaria di stato statunitense Hillary Clinton. «Siamo stati chiari sulla necessità della restaurazione dell'ordine costituzionale» ha detto Hillary Clinton. Uno dei più attivi nel minacciare una pressione economica sui golpisti è stato l'ambasciatore statunitense in Honduras, Hugo Llorenz che da tempo va spiegando agli imprenditori che sostengono il colpo di Stato quanto hanno da perdere se il Paese va allo sfascio.
Dalle trattative è rimasta formalmente fuori la questione più spinosa, quella del progetto di Zelaya di convocare un'assemblea costituente per riformare la Costituzione, punto considerato non negoziabile da golpisti che hanno usato il controverso progetto di Zelaya per tentare di giustificare la loro decisione di realizzare il colpo di stato . Se un accordo reale su questo punto, anche se non ufficializzato, non ci fosse, sarebbe difficile per la tregua reggere. In questo caso una nuova mediazione possibile potrebbe essere, secondo alcuni osservatori, l'affidamento della reggenza fino al 29 novembre al presidente della Corte suprema. Ma resta il problema di una convocazione al voto. Un nuovo presidente dovrebbe chiamare alle urne. Ma un presidente illegittimo ha il potere di convocare elezioni? La crisi si avviterebbe così di nuovo su se stessa. E' necessario quindi che sia Zelaya a sedere sulla poltrona presidenziale il 29 di novembre, seppure per poco.
Micheletti e Zelaya sono dello stesso partito, conservatore, il Partido Liberal. Zelaya è figlio di proprietari terrieri. Micheletti di un emigrato di Bergamo.
Zelaya ha scelto di dare alla sua presidenza una connotazione in stile chavista: molte politiche sociali mirate all'assistenza dei più poveri, tentativo di cambiare per via legale la Costituzione garantendosi la possibilità di ricandidarsi alla presidenza (tentativo non riuscito). Micheletti ha invece cominciato nelle forze armate, poi ha provato coi camion. Ha infine scelto la politica e dal 1982, anno della fine dei regimi militari in Honduras, ha occupato molti incarichi pubblici, ma nel partito liberale non ha mai avuto grande fortuna, Alle ultime primarie nel novembre del 2005 ha anche provato a candidarsi per la presidenza, ha perso contro Zelaya e l'ha presa malissimo. Il 28 giugno i militari gli hanno regalato una scomposta rivincita, mossa azzardata che giorno dopo giorno si è rivelata più complessa da amministrare.