venerdì 8 gennaio 2010

"Inaccettabile svolta neo centrista del Partito Democratico"

La posizione del PD piemontese è la conferma di una profonda involuzione neo centrista di quel Partito.
Oggi si consegna mani e piedi ai famelici appetiti dell’UDC e degli interessi di Vietti.
C’è un concreto pericolo di un programma conservatore nei contenuti e arretrato sulla difesa dei diritti civili, mentre sul versante del lavoro e della difesa dei ceti deboli si rinnegano le politiche finora attuate dalla Regione per aprire a nuove ondate di privatizzazioni e esternalizzazioni, bandiere dell’UDC piemontese e nazionale.
Insomma una traumatica svolta centrista decisa a Roma da Bersani e Casini che produrrà disastri anche nella nostra Regione.
Alle nostre proposte per un nuovo programma di governo della Regione il PD ha risposto negativamente, anzi non ha neppure voluto discuterle in maggioranza.
Noi vogliamo il reddito minimo garantito per i disoccupati piemontesi, il contrasto alle delocalizzazioni delle aziende, una concreta lotta alla disoccupazione attraverso un grande piano straordinario di lavoro pubblico di cura delle persone e di riassetto del territorio regionale, il raddoppio dell’attuale sostegno al reddito per le famiglie più povere di lavoratori in cassa integrazione, in mobilità e precari; il potenziamento del sostegno per le piccole imprese piemontesi; la difesa della sanità pubblica, un netto no al nucleare, insomma un programma radicalmente anti crisi e chiaramente di sinistra che il PD non vuole neppure discutere in ossequio al nuovo asse conservatore con l’UDC di Vietti.

Complimenti al PD che dopo aver consegnato alla destra il Governo nazionale ora fa di tutto per regalargli anche il Piemonte”.

Torino, 05/01/2010

Federazione della Sinistra Piemonte
Vincenzo Chieppa, Segretario Regionale Comunisti italiani
Armando Petrini, Segretario Regionale Rifondazione
Fulvio Perini, Lavoro e solidarietà

Arancia metalmeccanica a Torino V.2

A consuntivo della seconda ARANCIA MetalMECCANICA, ecco il report della
giornata del 6 gennaio in P.za Castello a Torino.
Arance arrrivate e distribuite: kg. 1008
Vin brulè distribuito: ca 35 lt.
Panini imbottiti distribuiti: ca. 80
Incasso derivante da distribuzione arance: € 1.680,00 di cui:
al produttore, compreso trasporto: € 651,00
ai lavoratori Presidio Agile Torino: 664,50
a compenso per fonico e impianto suono: € 150,00
a rimborso costi per vin brulè e panini: € 214,50.
Incasso da sottoscrizione, interamente devoluto a lavoratori Agile: €
2.096,42
Totale consegnato a lavoratori Agile in data 7 gennaio € 2.760,92
Costo totale sostenuto dalla federazione torinese: € 438,78 (nolo
furgone, carburante, tasse suolo pubblico, carburante generatore).

Lavoratori Agile presenti: ca. 50
Militanti PRC e PdCI coinvolti nell'inizativa: ca. 110
Artisti che si sono esibiti gratuitamente: 25
Bandiere della Federazione della Sinistra esposte in piazza: 18
Cartelloni esplicativi della situazione Agile ex-Eutelia esposti in piazza:
ca. 40
Durata della manifestazione: 8 ore
Impossibile stimare i cittadini coinvolti, i sottoscrittori, gli acquirenti
le arance; un dato però dovrebbe essere significativo: le 336 retine da 3
kg di arance sono andate esaurite in due ore e mezzo: dalle 10,00 alle
12,30.

Un grazie a tutte le compagne, a tutti i compagni che in tanti modi diversi
hanno contribuito alla riuscita della giornata.

Un grazie enorme a tutti gli artisti che generosamente hanno contribuito
alla fantastica giornata di solidarietà.



I Compagni di Nichelino hanno coperto il primo turno di militanza, dalle 9 alle 1130 abbiamo montato gli stand e distribuito le arance metalmeccaniche.
Presto a Nichelino...

giovedì 7 gennaio 2010

Sinistra e Libertà, un progetto in crisi?

Ho già avuto modo di scrivere e di dire che tutte le scissioni che ha subito Rifondazione hanno dato un unico risultato: indebolire Rifondazione stessa e, con essa, l’unico soggetto politico che avrebbe potuto costruire in questi anni – a sinistra – un forza politica di massa, non residuale, che coprisse lo spazio prodotto dalla deriva moderata del Pds e dei Ds prima e del Pd oggi.

Il fallimento è totale, in tutte le sue varianti: sia di chi si è separato in nome dell’unità e del moderatismo (Comunisti unitari, Pdci, Sinistra e Libertà), sia di chi si è separato in nome della radicalità (Pdac, Pcl, Sinistra Critica).
Chi ha praticato queste scissioni ha commesso un grave errore. Non solo non ha realizzato il progetto che avrebbe voluto realizzare, ma ha ottenuto il contrario.
Quello stesso progetto poteva praticarlo dentro Rifondazione e nella dialettica interna cercare di farlo avanzare, senza indebolire Rifondazione, e ottenendo, probabilmente, maggiori risultati.

Così come un grave errore lo hanno commesso quei compagni e quelle compagne che, quando Occhetto sciolse il Pci, decisero di stare nel “gorgo”. Salvo poi accorgersi, dopo qualche anno, quando ormai era troppo tardi, che in quel “gorgo” mancava l’acqua.
La storia della Sinistra in Italia sarebbe stata ben diversa se non fossero stati commessi questi errori.
La nostra credibilità, oggi, è minata soprattutto da questi fatti: gruppi dirigenti che si sono divisi praticando scelte individuali che spesso sono state in contrasto con quanto loro stessi avevano detto e scritto fino a poco tempo prima.

La Federazione della Sinistra, seppure in modo ancora insufficiente, vuole invertire questa tendenza alla scissione e alla separazione.

Ma ciò di cui voglio parlare più approfonditamente concerne Sinistra Ecologia e Libertà.

Vendola e gli altri compagni/e sono usciti da Rifondazione ritenendo che essa avesse imboccato, a Chianciano, una strada settaria, identitaria e minoritaria.

Se anche ciò fosse stato vero – per la ragioni indicate prima – avrei ritenuto ugualmente sbagliata la scelta della scissione. Si doveva restare nel partito e lì si doveva cercare di far prevalere le proprie ragioni.

In ogni caso il punto che oggi appare evidente, a distanza di un anno dalla scissione, è il clamoroso fallimento del progetto politico che era stato posto alla base della costruzione di Sinistra e Libertà.

Vediamo, seppur schematicamente, cosa dicevano i compagni di Sinistra e Libertà:

1) C’è uno spazio tra Rifondazione e il Pd che noi, assieme ad altri soggetti, possiamo occupare per rilanciare una Sinistra unitaria e rinnovata. Risultato: metà dei soggetti coinvolti si sono defilati. I Verdi sono andati per conto loro e altrettanto hanno fatto i Socialisti; inoltre una parte di Sinistra Democratica ha ripreso contatti con il Pd.

2) Nel Pd c’è un dibattito interessante e, a seconda di come andrà il congresso, si potranno aprire scenari nuovi. In particolare se vincerà l’asse D’Alema- Bersani cambieranno le cose a sinistra.
Risultato: ha vinto Bersani ed è saltata la ricandidatura di Vendola in Puglia. Giordano, in una intervista al Manifesto, ha proposto che Sinistra e Libertà si schieri ovunque contro questo Pd dominato da D’Alema!

3) Rifondazione Comunista, che fino a qualche settimana fa veniva associata a definizioni tipo: “mummie, catacombe, torcicollo, stalinisti….” oggi viene definita dal compagno Vendola in una recente intervista “una forza importante della sinistra” con la quale occorre fare “unità”! Risultato: è un fatto positivo, ma ci si poteva risparmiare un anno di insulti che sicuramente non hanno incrementato la credibilità della Sinistra tra il nostro popolo.

Per concludere. Il progetto di Sinistra e Libertà è fallito. Un’altra scissione inutile che poteva essere evitata. Cosa aspettiamo ad imparare la lezione? Cosa aspettiamo, in un Paese dove le destre hanno conquistato non soltanto il Governo (magari fosse solo quello!) ma soprattutto l’egemonia culturale tra gli strati popolari, ad unire le forze? Cosa aspettiamo, in un Paese dove l’ “opposizione” – proprio perché noi siamo spariti – è rappresentata da un Pd che rincorre Casini e da un Di Pietro che in Europa sostiene i liberali e in Italia fa l’estremista, a parlarci, a concordare iniziative comuni?
Possibile che sia impossibile?

Noi crediamo nel nostro progetto che è quello della Rifondazione Comunista e della Federazione della Sinistra come tappa concreta verso una unità basata sui contenuti.

Possono esserci altri progetti a sinistra del Pd e di Idv diverso dal nostro, ma ciò non lo ritengo - e per quanto mi riguarda non deve essere – un ostacolo alla costruzione di una unità tra di noi.

Possibile che Berlusconi riesca a mettere assieme Storace e Pisanu e noi non riusciamo a costruire una piattaforma comune tra compagni e compagne che per tanti anni hanno lavorato fianco a fianco nello stesso partito?
Se vogliamo riacquistare una credibilità tra i lavoratori lo dobbiamo fare subito!

Claudio Grassi

Online il Sito della Biblioteca Popolare Karl Marx

E' online il sito della Biblioteca Popolare Karl Marx, ospitata dal nostro circolo
Via Primo Maggio 18, Nichelino (2 piano)
Sito


mercoledì 6 gennaio 2010

I comunisti di Torino con i lavoratori Agile Ex Eutelia Arancia Metalmeccanica a Torino

I compagni di Nichelino sono stati presenti in Piazza Castello per tutta la mattinata

martedì 5 gennaio 2010

TORINO, BEFANA METALMECCANICA, ARANCE SOLIDARIETA' E LOTTA A SOSTEGNO DELL'AGILE


LUNEDI 4 GENNAIO:
Ca. 50 lavoratori del Presidio AGILE di Torino picchettano la sede RAI di Torino di Via Verdi. Indetta conferenza stampa per illustrare la condizione dei lavoratori da 5 mesi senza stipendio e con le aziende clienti che disdettano i contratti con la Agile del gruppo Omega. Tra questa aziende, la Rai. Viene anche annunciata l'operazione ARANCIA MetalMECCANICA di mercoledi 6 gennaio: 1 tonnellata di arance solidali verranno distribuite ai cittadini, l'incasso sarà a beneficio della Cassa di solidarietà dei lavoratori Agile.
L'azione dimostrativa è supportata dalla Federazione della Sinistra torinese, presenti i dirigenti e i militanti della neonata Federazione.
L'esito della conferenza stampa è notevole: tutte le maggiori testate cittadine, Rai compresa, devono dare risalto all'azione e annunciare la Befana metalmeccanica di mercoledi prossimo.

MARTEDI 5 GENNAIO:
I lavoratori Agile entrano nel salone delle Poste centrali di Torino. Lo striscione del Presidio dipendenti Agile viene esposto ai cittadini in coda ai 50 sportelli del salone. 30 maschere bianche, a simboleggiare l'invisibilità della crisi e del silenzio mediatico sui licenziamenti, dialogano con il pubblico e distribuiscono volantini chespiegano i dettagli della crisi aziendale e che pubblicizzano l'ARANCIA MetalMECCANICA di mercoledi 6 gennaio.
Le maschere bianche aprono una trattativa con i dirigenti delle poste torinesi, scesi a precipizio nel salone, per ottenere il loro interessamento ad ottenere una motivazione alla rescissione di contratto delle Poste Italiane Spa con Agile.
Giornalisti e operatori media sono presenti all'azione. La Federazione della Sinistra torinese supporta il tutto.

DOMANI, 6 GENNAIO:
Una tonnellata di arance saranno distribuite ai torinesi nella centralissima Piazza Castello. Obiettivo economico dell'azione: raccogliere 2500 euro a beneficio della Cassa di solidarietà dei dipendenti Agile, ex-Eutelia. Obiettivo politico: dimostrare a tutto il mondo dle lavoro che la solidarietà e la lotta possono combattere la crisi e il padronato, e vincere.
La giornata inizierà alle 10 e terminerà dopo le ore 18. Nel durante, sul palco si alterneranno i solisti dell'Orchestra del Regio di Torino, un coro semiprofessionista di musica gospel, i menestrelli con uno spettacolo di musica e cabaret, oltre a professionisti dello spettacolo diversi. Vin brulè e panini ci aiuteranno combattere il freddo inverno torinese.
La Federazione della Sinistra dimostra nei fatti e nella realtà di mettere il lavoro al centro, con i lavoratori. Domani, 120 militanti si alterneranno nei 4 turni ai banchetti e nell'assistenza di una giornata particolare, molto particolare. Perchè o un partito comunista è sociale o non è.

UN'ARANCIATA VI SEPPELLIRA', AD OGGI VENDUTI 30 MILA KG DI ARANCE A SOSETGNO DELLE LOTTE


Nella crisi le persone danno il peggio ed il meglio di sé. Chi ha avuto modo di lavorare in questi mesi si sarà accorto della difficoltà a sostenere le lotte, e di quanto queste siano attraversate da diffidenza, frammentazione, da forme di delega alla politica che sommergono la partecipazione ed il conflitto. Una poltiglia indistinta sulla quale i partiti parlamentari ci sommergono di dichiarazioni in cui spesso si perde il senso di chi sia l'avversario contro cui lottare.

Così la crisi non è data dalla modalità del sistema finanziario e produttivo ma diventa una sorta di temporale naturale, in cui i responsabili principali che l'hanno provocata la fanno talmente franca da dirci quale nuvolone passerà e quale ombrello comperare per uscire di casa aspettando che questa passi. Così il virus della guerra tra poveri diffuso in tv, muta nel si salvi chi può in assenza del vaccino della lotta di classe. E si sgomita tra lavoratori migranti ed autoctoni, tra chi ha il posto fisso e quello flessibile, tra chi è in CIG e chi lavora in nero, tra stabilimenti che si salvano e quelli che si chiudono. Una volta perso il lavoro poi, il meccanismo che si attiva non è quello della rivendicazione di un diritto negato, ma la vergogna vissuta solitariamente, il senso di colpa nel non aver sfruttato a pieno le possibilità che questo sistema offre. In poche parole la dismissione del nostro apparato produttivo e la sua delocalizzazione in altri paesi spesso a favore di processi speculativi, la perdita di lavoro per centinaia di migliaia di lavoratori che ne segue, la precarietà, l'evasione legalizzata, lo sfondamento attuato da Governo e Confindustria sui diritti e sul contratto nazionale, la speculazione della rendita che dagli affitti arriva addirittura sul pane e la pasta, i stipendi più bassi d'Europa non determinano di per sé un'aumento della lotta e della consapevolezza di quello che sta accadendo. Da più parti ritorna l'appello alla responsabilità nazionale, alle riforme, come se l'evasore legalizzato che ha usufruito dello scudo fiscale per qualche centinaia di migliaia di euro condivida lo stesso destino del precario che porta a casa i 1000 euro tassati fino all'ultimo centesimo dell'ultimo stipendio. I comunisti possono anche perdere le loro battaglie, ma due cose non devono mai fare, nascondere la verità e perdere la speranza. Pertanto se dobbiamo dire le cose come stanno, altrettanto dobbiamo dire che queste possono cambiare, e che è una nostra priorità assoluta la costruzione immediata, concreta, dell'uscita dal capitalismo in crisi. A questo popolo sconfitto insomma dobbiamo saper offrire un'alternativa complessiva che vada oltre la giustissima cacciata del governo Berlusconi. Se penso infatti ai lavoratori della Innse, dell'Eutelia, dell'Ispra, e dei tanti presidi, tetti, occupazioni vedo che nel buio profondo di questa Italia sempre più Messico d'Europa c'è ancora dignità, voglia di partecipazione e lotta, voglia di ricostruire un punto di vista differente dall'ottimismo retorico dei media di regime che raccontano un'altro paese da quello reale. In questi mesi siamo stati dentro a moltissime lotte e vertenze, organizzando banchi alimentari, casse di resistenza, borse della solidarietà, cucine nei presidi in lotta, lo abbiamo fatto incontrando di fatto un processo materiale di resistenza sociale che si muove a macchia di leopardo rispetto ai morsi della crisi, un processo fatto da chi purtroppo la crisi non l'ha provocata ma la sta pagando. L'ultima di queste nostre esperienze di solidarietà che ci ha permesso d'incontrare queste vertenze è quella di Arancia Metalmeccanica, ovvero la vendita di arance di qualità acquistate in Sicilia a sostegno delle casse di resistenza delle realtà in lotta. Ritengo che questa esperienza debba essere rilanciata come campagna nazionale con un'obbiettivo dare vitamina alla lotta di classe, fare cioè in modo che ad animarla non sia soltanto il nostro partito ma il protagonismo e l'autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici in lotta.


Occorre pertanto, partendo proprio da questo elemento che il supporto che stiamo dando per la costruzione della casse di resistenza sia vissuto come un'elemento di partecipazione di tutto il territorio e di discussione pubblica rispetto alla fase che la crisi ha aperto. Non solo dobbiamo rompere la sfiducia che in molti hanno nell'investire la propria energia nelle forme dell'agire collettivo, non solo dobbiamo far capire che la solidarietà quando ti licenziano è molto più concreta della solitudine, ma soprattutto dobbiamo evitare che le lotte, anche dal punto di vista simbolico siano “confinate” nelle zone industriali delle città. In poche parole penso che noi le lotte le dobbiamo portare al centro, fare un banchetto nella piazza principale della città a sostegno di una vertenza, vuol dire dare ad essa visibilità e pieno riconoscimento nello spazio pubblico, vuol dire ri-costruire la comunità del lavoro e della solidarietà contro la comunità dell'egoismo e del privilegio. Fino ad ora pensiamo di aver distribuito a sostegno delle lotte circa 30 mila kg di arance soilidali, poche o tante che siano sono qualcosa di tangibile. Da qui all'estate l'obbiettivo che vogliamo darci e di portare in ogni vertenza questa modalità di solidarietà attiva. E' proprio il caso di dirlo ai padroni ed ai loro manager, ai banchieri, ed a tutti quello che dopo aver provocato la crisi vogliono anche farcela pagare, sarà un'aranciata che vi seppellirà!

Piobbichi Francesco

Partito Sociale Prc

Chavez lancia la proposta di una Quinta Internazionale

Nel corso di un incontro internazionale di partiti e movimenti della sinistra, il 20 novembre scorso a Caracas, il presidente del Venezuela, Hugo Chavezm ha proposto la fondazione di una Quinta Internazionale che, nelle sue parole, «seguirebbe la Quarta internazionale fondata a Parigi nel 1938». A questo scopo ha convocato un secondo incontro mondiale a Caracas nel mese di aprile del 2010, augurandosi che si tratti di un appuntamento più ampio. «Non c'è tempo da perdere, ha detto Chavez. Se tocca al Psuv (il Partito socialista unito del Venezuela, fondato da egli stesso e che conta milioni di aderenti, ndr.) e a qualche altro partito del mondo farsi carico dell'incontro, noi lo faremo. Ma sono sicuro che saranno ben numerosi quelli disposti a questa impresa che è di estrema urgenza, perché la crisi mondiale sta accelerando» ha spiegato Chavez.
La proposta è stata sostenuta dai rappresentanti del Mas della Bolivia (il partito del presidente Morales), del Fmln salvadoregno e del Fsln del Nicaragua. I rappresentanti di altri partiti presenti all'incontro, tra cui il Bloco de Esquerda portoghese, la tedesca Die Linke e il Parti de gauche francese (la scissione socialista di Jean Luc Melenchon) hanno annunciato che sottoporrano questo progetto ai rispettivi organi dirigenti. Fermamenti contrari, invece, partito come il Pc greco o il Pc brasiliano mentre il Pt di Lula ha dichiarato, per mezzo di Valter Pomar, che il proprio riferimento resta il Forum di San Paolo.
La proposta della Quinta internazionale, ha creato finora più dibattiti in America latina che in Europa anche se a rispondere positivamente, a nome del Npa francese, è stato François Sabado, dirigente dell'attuale Quarta internazionale, che si è dichiarato disponibile a discutere contenuti, forme e metodo di una simile proposta.
Davanti al congresso del Psuv, il 21 novembre, Chavez ha rilanciato il progetto: «Chiedo a questo congresso straordinario di mettere nella sua agenda la proposta di convocare i partiti politici e le correnti socialiste per creare la V Internazionale socialista come una nuova organizzazione all'altezza dei tempi e delle sfide che viviamo e che sia uno strumento di unificazione e articolazione della lotta dei popoli per salvare questo pianeta».

Iran, Onda Verde e USA

Il ragionamento di una persona che vuole fare politica seriamente deve essere senza paraocchi, condizionato solo dalle reali possibilità storiche di fase.

Dipingiamo i fatti come stanno e poi iniziamo a trarre delle conclusioni.

1) In Iran c'è un regime? Dipende dalla definizione della parola. Se la definizione è: "forma di governo; in particolare, sistema autoritario, che non tiene conto dei diritti dei cittadini" allora sì, ma lo sono anche gli USA, l'Arabia Saudita, la Georgia, la Colombia, insomma, un tot di paesi allineati con la democrazia occidentale. Se invece il regime rappresenta una determinata forma di governo non eletta, allora l'Iran NON è un regime. C'è anche la possibilità di definire regime tutto ciò che non è occidentale, ma lasciamo questa definizione a Libero e Vendola. La definizione della forma di governo in Iran ci aiuta nell'analisi? In realtà poco, conta di più un'analisi più puntuale della questione.

2) In Iran c'è repressione? Ovviamente sì, il governo reprime i dissidenti, siano essi comunisti (minoranza veramente esigua), siano essi riformisti. Fa bene o male? In linea teorica la repressione brutale non è mai una cosa positiva, resta il fatto che abbiamo notevoli precedenti storici dove una repressione dei dissidenti è stata un male minore rispetto ad una vittoria degli insorti. La Baia dei Porci, piazza Tienanmen solo per citare due esempi lampanti. Al contrario la mancata repressione ha, in alcuni casi storici, prodotto risultati assolutamente nefasti e forieri di disgrazie. Ad esempio la mancata repressione del colpo di stato in URSS ha prodotto un collasso economico che ultimamente è stato stimato come produttore di più di un milione di morti "indiretti". Se Allende fosse stato in grado di reprimere gli insorti cileni, il paese non avrebbe attraversato un periodo buio oramai noto alla storia mondiale. Tornando più indietro, se la Spagna repubblicana avesse liquidato nel sangue gli insorti franchisti, la storia del paese e dell'Europa avrebbe preso sicuramente un'altra piega. Idem se il re Vittorio Emanuele avesse represso nel sangue gli squadristi in marcia su Roma. Quindi un'analisi politica seria non può mettere la "repressione" nel campo dei "mali assoluti", campo che in definitiva non dovrebbe neanche esistere come categoria politica.

3) Se siamo d'accordo fino qua, allora c'è da valutare se la repressione in Iran abbia un valore globale positivo oppure negativo, con buona pace delle anime belle che vorrebbero le soluzioni impossibili che salvano capra e cavoli.

4) Prima di fare ciò riprendiamo brevemente una analisi politica e di classe dei soggetti in campo, sfatando qualche mito costruito dalla "twitter political generation".

4.1) Ahmadinejad ha vinto le elezioni? Ovviamente sì. Ha imbrogliato? Ovviamente sì, ma gli analisti elettorali (anche occidentali) considerano da sempre circa un milione di voti come elemento frutto di imbrogli elettorali "genetici" in Iran. A tal proposito si leggano le analisi elettorali fatte a suo tempo sia su Limes che sui siti governativi americani. Lo spostamento fisiologico di voti frutto di brogli in Iran non modifica la validità definitiva del voto all'attuale presidente iraniano.
Quindi sappiamo che il punto di partenza della protesta iraniana, la famosa campagna "where is my vote?" (notare l'inglese, utile più per i telegiornali in giro per il globo piuttosto che per spostare settori di protesta locali iraniani) si fonda sul nulla, su una pretestuosa presa di posizione (ricorda per certi versi la campagna delle armi di distruzione di massa irachena che fece il giro del mondo e, dopo i primi bombardamenti, si scoprì candidamente come bufala).

4.2) Chi sostiene Ahmadinejad? Più o meno tutti i settori, sia etnici che di classe, sia nelle campagne che quelli urbani. Chi sosteneva che le città volevano le riforme sono stati smentiti sonoramente dalle analisi su Limes di qualche mese fa. Il voto di Ahmadinejad si concentra nei settori popolari, mentre scende (ma non drammaticamente) mano mano che sale il livello economico.

4.3) Ma chi non sopporta Ahmadinejad? C'è chi pensa che in Iran esista un sistema di potere di tipo binario, ovvero: di qua il regime cattivo, di là i protester senza potere. Ovviamente chi dice ciò lo fa in buona fede se non conosce nulla dell'Iran, o in malafede per alimentare la campagna anti-Iran. Il potere in Iran deriva da una piramide ben definita: c'è la Guida Suprema e poi tutto il resto del potere è parcellizzato in funzione dei vari settori religiosi legati alla rivoluzione Khomeinista. Tutti agiscono in questo ambiente, tranne i comunisti iraniani che, sappiamo bene, contano esattamente lo zero in questa partita tutta intra-poteri dominanti iraniani. Siccome la guida suprema non è apprezzata da tutti viste le scarse capacità di Khamenei, alcuni settori provano a sfruttare questo malcontento per riposizionare gli equilibri di potere interni ai guardiani della rivoluzione. Moussawi si muove sotto la direzione di Rafsajani e da lui ricava un certo appoggio di un blocco sociale composito che si muove sulle linee guida di quest'ultimo.
Il buon Rafsajani, per chi non lo sapesse, è un facoltosissimo magnate dell'economia iraniana, detentore della più grossa rete di università private del paese (un paio di milioni di studenti), e possiede una politica definita come: "conservativa, autoritaria e liberista".
Chi crede quindi che i "riformisti" dell'onda verde si muovano in maniera indipendente per abbattere la teocrazia (in Iran tecnicamente il regime non è teocratico) compie un doppio errore.
Come spiegato l'onda verde parte da un pretesto (il voto politico) per riequilibrare una serie di equilibri interni alla guida del paese (quindi non si muove per abbatterla) al fine di iniziare a promuovere una serie di processi assolutamente pericolosi per il paese (ad esempio la privatizzazione dei settori economici chiave dell'Iran).

4.4) Ma i Comunisti Iraniani? Ridotti all'osso dalle continue repressioni del potere (di cui Moussawi ne fu grande protagonista molto di più di Ahmadinejad), tentano di ritagliarsi uno spazio all'interno di un contesto politico completamente cristallizzato dentro il meccanismo prodotto dalla rivoluzione islamica. Hanno qualche possibilità di innescare una rivolta che travolga tutto l'estabilishment iraniano? Oggettivamente no, i Comunisti Iraniani al momento sono una forza minoritaria assolutamente marginale. In una analisi politica pragmatica e reale, la loro funzione è completamente annullata dai capovolgimenti di un sistema di potere che non è messo in discussione da nessuno in Iran come vorrebbero farci intendere i media occidentali.
Oltre alla mobilitazione delle università private di Rafsajani, un settore di classe che vede nella rivolta uno spiraglio di miglioramento è quello legato al settore commerciale con l'estero.
Ahmadinejad in pratica sta stretto a chi vorrebbe una trasformazione in senso mercantilista del mercato tradizionale, il bazar, per incrementare i propri capitali privati (in perfetto stile occidentale). E con questo concludiamo la breve disamina sui protagonisti in lotta.

Iniziamo quindi a trarre delle conclusioni:

5) La rivolta in Iran porterà alla trasformazione del sistema di potere basato sui guardiani della rivoluzione? No, al limite si avrà un cambio di equilibri interni e una modifica della linea politica in campo economico (liberalizzazione settori chiave) e sociale (ammorbidimento delle norme religiose). Di tutto questo punto, l'unico dato positivo è l'ultimo citato: ammorbidimento restrizioni sociali. Ne vale la pena? Andiamo a valutare il resto.



6) La privatizzazione delle risorse economiche nazionali è sempre un dramma per i paesi che le praticano. Sappiamo dall'esperienza internazionale che i paesi con economie meno forti che avviano processi di privatizzazione e liberalizzazione si espongono al mercato internazionale dominato dagli USA e riducono le loro politiche monetario/economiche da politiche di mercato a politiche di vassallaggio progressivo. L'esperienza del Messico è assolutamente paradigmatica in tal proposito. Il vassallaggio del mercato nazionale, oltre ad esporre il paese ad attacchi economici sempre più virulenti e pervasivi, contribuisce allo spoglio delle risorse e all'impoverimento complessivo della popolazione.
Questo è il futuro dell'Iran in un'ottica di sostegno dei rivoltosi: il baratto di qualche norma sociale meno restrittiva (tutte da valutare in sede definitiva comunque) con un asservimento del mercato nazionale alle politiche in stile Nafta.

Per i nostri fanatici dell'idealismo parolaio in pure stile bertinottiano, ricordo che "tertium non datur", ovvero che non è possibile avere una riforma sociale e contemporaneamente mantenere l'integrità nazionale. Qua la scelta è secca, prendere o lasciare tutto il pacchetto.
E l'Iran ha deciso: le folle di sostenitori di Ahmadinjead (magari a denti stretti) sono composte da centinaia di migliaia di persone, i rivoltosi sono composti invece di groppuscoli di poche migliaia di individui.

7) Concludiamo questa breve carrellata di strumenti di analisi anti-dogmatica con un elemento assolutamente non secondario: la politica di guerra targata USA.
Non è oggettivamente possibile escludere che la campagna mediatica anti-Iran serva a spianare la strada verso un tentativo militare occidentale nel paese. Le minacce USA all'Iran durano da tempo, Israele non starebbe a guardare sicuramente, anzi, quale migliore occasione per ripristinare un po' di "law & order" alla americana?
Secondo le analisi di Limes il braccio di ferro tra USA e Israele si concretizza in differenti visioni per l'Iran, ma questa situazione molto fluida può avere fatto scegliere all'amministrazione Obama un alleggerimento del muro contro muro con Israele preferendo tornare in sintonia totale con l'alleato storico in barba ad una distensione dei rapporti con l'Iran.
D'altronde tutto sembrerebbe apparecchiato per benino: il pretesto c'è, e in perfetto stile USA, ovvero pretesto assolutamente infondato; i motivi strategici anche; la propaganda opera nella consueta forma ingigantendo i fatti e eliminando tutto il resto (delle Honduras qualcuno sa più nulla? E delle repressioni del partner Georgiano? Scomparso tutto, per non parlare del genocidio palestinese).
Una guerra all'Iran sarebbe un sollievo per il popolo iraniano? Forse giusto la Menapace potrebbe sostenere questa panzana come fece ai tempi con l'Afghanistan, ma le persone minimamente razionali sanno bene che è meglio un regime autoritario che un paese annichilito dalla guerra (non ci credete? Chiedete ad un qualunque Iracheno).

Chiudendo il discorso abbiamo la famosa bilancia su cui dividere i pro e i contro senza lasciarsi andare a sentimentalismi buonisti.
Su un piatto abbiamo un regime autoritario, violento, repressivo; sull'altro abbiamo un paese in balia del mercato e soggetto ad un impoverimento progressivo se non un paese sottoposto ad una guerra impari. Cosa scegliere? A mio avviso senza dubbio il primo piatto, senza dimenticare la volgarità del governo di Ahmadinejad (comunque votato dalla maggioranza del paese).

Al momento è oggettivamente impossibile uscire da questa situazione bipolare, tocca scegliere un campo oppure l'altro. Chi crede, facendo roboanti dichiarazioni fuori contesto (ad esempio: "per la democrazia e il socialismo in Iran") in realtà si pone inconsapevolmente dalla parte della svendita del paese.

Marcello Siragusa

GIU' I PREZZI SU I SALARI, QUESTA SAREBBE UNA BELLA RIFORMA!

gap-udine

Mentre gran parte del dibattito politico si concentra sulle grandi riforme, la situazione sociale del paese si degrada giorno dopo giorno. Più di un anno fa abbiamo iniziato ad intervenire con i Gap sul terreno del carovita, denunciando la speculazione sui generi di prima necessità dimostrando che era possibile tagliare le gambe alla speculazione concretamente attraverso i gruppi di acquisto.

Ieri due notizie uno di seguito all'altra ci hanno confermato la giustezza di questa nostra azione politica. A Milano ogni giorno vengono buttati 180 quintali di pane perché la filiera ed i prezzi non incontrano adeguatamente la domanda ( in poche parole, meglio buttare il pane che abbassare il prezzo!), mentre i pastai sono stati convocati da Mr Prezzi che vuol capire come mai continuino gli aumenti sulla pasta.


Immediatamente dopo, nel giro di qualche ora, ancora una volta, come lo stesso film i produttori di grano si sono rallegrati, denunciando il fatto che il ricavo dal campo al banco di vendita è di circa il 400%. Fosse la prima volta che tutto questo accade saremmo contenti, il problema è che questa sorta di girotondo di dichiarazioni e controdichiarazioni va avanti da troppo tempo senza che nessuno intervenga realmente, e chi lo deve fare non è mr prezzi ma il Governo.
Pensare che un'autority possa intervenire su di un cartello minacciando qualche multa come già e successo può essere un bellissimo spot elettorale ma in realtà non si modifica nulla, anche perchè poi le eventuali multe si ricaricano sui prezzi dopo qualche settimana. Anche le ricette di molte associazioni dei consumatori di sembrano inadeguate dato che chiedono ancora maggiori liberalizzazioni, come se in questi anni il mercato non sia stato libero di fare quello che ha voluto.
Il fatto che mentre tantissimi stentano ad arrivare a fine mese, questo Governo tolleri la speculazione su generi alimentari come la pasta ed il pane, lasciando al “povero” MR prezzi sciogliere una cosa che è più grande di lui è di una ipocrisia unica. Ribadiamo ancora un volta che chi deve intervenire è il governo che deve fissare un prezzo giusto per i generi di prima necessità che garantisca produttori e consumatori contro rincari ingiustificati, speculazioni di filiera e di borsa. Il mercato non è in grado al di là delle panzane che sentiamo da tempo di assicurare un punto di equilibrio efficiente tra domanda ed offerta, non lo è a partire dallo stesso meccanismo di formazione del prezzo del grano, che si determina a seguito delle speculazioni di borsa più che sulle dinamiche reali dell'economia. Il paradosso del capitalismo finanziario è dato dal fatto che il prezzo del grano dopo essere balzato in alto a seguito di manovre speculative è caduto troppo in basso per essere coltivato, mentre il prezzo del pane è tra i più alti degli ultimi decenni in rapporto a salari e pensioni, che andrebbero anch'essi alzati per legge, dato che proprio oggi l'OCSE ci dice che sono tra i più bassi d'Europa. In Italia insomma questi venti anni hanno coinciso con una perdita costante del potere di acquisto dei salari a favore della rendita e della speculazione, se questo è avvenuto su un bene primario come il pane e la pasta figuriamoci sul resto.
Oggi però, non abbiamo di fronte a noi solo la perdita del potere di acquisto dei salari, ma anche la perdita dei salari per effetto della crisi provocata dagli stessi “vampiri” della rendita. Una crisi che è anche di produzione e che in Italia coinvolge a partire dal settore agricolo molti produttori stangolati dalle dinamiche di mercato. Da tempo sosteniamo la necessità di una rottura di tipo socialista ed ecocompatibile che si debba originare a partire dal terreno della sovranità alimentare, i governi devono chiedere l'esclusione dalla borsa e dalle speculazioni finanziarie dei generi di prima necessità come grano e riso e rivedere la loro politica agricola, in sede nazionale e globale, ciò vuoil dire ad esempio lavorare per la costruzione di un piano nazionale della sovranità alimentare in Italia al quale partecipino produttori, sindacati, consumatori, e Governo.
Nel frattempo però quello che immediatamente deve essere fatto è fissare da subito il prezzo politico dei generi di prima necessità, e varare una legge organica, che riconosca un ruolo effettivo a tutte le pratiche di autorganizzazione sociale neomutualistiche, come i GAS, i GAP , che in questi anni si sono impegnati per tagliare i passaggi nella filiera.
Per quanto ci riguarda i GAP contuinueranno a lottare ed ad intensificare la propria azione contro il carovita.
Piobbichi Francesco
Partito Sociale PRC

OBAMA DICHIARA GUERRA AL PAKISTAN: provocare il caos per dominare.

DI WEBSTER G. TARPLEY
voltairenet.org

Così come ha detto nel suo discorso a West Point, il presidente Obama è disposto ad usare il conflitto militare in Afghanistan come pretesto per lanciare un attacco contro il Pakistan. Da quando è al potere sono aumentati considerevolmente la quantità e l’intensità dei raid nel nord del Pakistan, mentre si spinge per farli arrivare anche nel Belucistan. Secondo Webster G. Tarpley, l’obiettivo immediato della strategia del Grande Gioco, guidato da Obama nella zona, è la disfatta di entrambi i paesi, Afghanistan e Pakistan, incoraggiando rivolte separatiste tra i gruppi etnici su entrambi i lati del confine.

Il discorso di Obama del 1° dicembre [all’ accademia militare] a West Point svela niente meno che la brutale offensiva contro l’Afghanistan non è altro che una forma subdola per fomentare e portare sino al vicino Pakistan la guerra degli Stati Uniti [1].

E’ una nuova guerra, più aggressiva contro il Pakistan, un paese di 160 milioni d’abitanti, in possesso di armi nucleari. Secondo la strategia, si spera nella disintegrazione dell’Afghanistan. Non è più la guerra lanciata in passato dall’ amministrazione Bush e Cheney. E’ qualcosa di ancora più grande: il tentativo di distruggere il governo pakistano di Islamabad ed affondare il paese nell’ orrore della guerra civile, nella Balcanizzazione, nella divisione e nel caos generale. Questa strategia mira ad esportare la guerra civile afghana in Pakistan ed oltre, dividendo il paese in fasce etniche. Si tratta di una guerra indiretta, che si avvale del confronto della quarta generazione o delle tecniche di guerriglia per attaccare un paese nel quale gli Stati Uniti o i suoi alleati sanno di non essere abbastanza forti per lanciare un attacco diretto.

In questa guerra, i talebani vengono adoperati come rappresentanti degli Stati Uniti. Questa aggressione nei confronti del Pakistan non è altro che il tentativo di Obama di portare a termine il suo “Grande Gioco” (“Big Game” in inglese) contro i paesi più importanti dell’Asia Centrale, i paesi euro-asiatici o addirittura, al di là di essi.

L’Armamento nucleare pakistano dissuade l’aggressione di Washington

L’attuale guerra civile in Afghanistan non è altro che un pretesto, una storia di copertura progettata per fornire agli Stati Uniti una base, sulla quale lanciare una campagna destabilizzante in tutta la regione, che non deve venire allo scoperto. Nel mondo cinico ed spavaldo che caratterizza le aggressioni imperialiste alla Bush o alla Cheney, si potrebbe ideare un pretesto per attaccare direttamente il Pakistan. Ma il Pakistan è un paese troppo vasto e gli Stati Uniti sono in un momento di debolezza e con alle spalle un fallimento economico di dimensioni tali che non consente loro di svolgere tale scopo. Inoltre il Pakistan è una potenza nucleare con bombe atomiche e missili a medio raggio. Assistiamo a un nuovo caso di distensione nucleare in atto. Washington non può mandare una flotta d’invasione e non può neppure insediare basi aeree nei dintorni, giacché l’armamento nucleare pakistano potrebbe annientarle. Finora, gli sforzi di Ali Ghutto e di A.O. Khan per dotare il Pakistan di un potente deterrente sono stati efficaci[2].

Ma la risposta statunitense è quella di trovare altre forme di scontro, anche sulla soglia della convenzionalità nucleare. Ed è proprio qui che si spiega la tattica di esportare verso il Pakistan la guerra civile afghana.

L’artefice della guerra civile pakistana è Stanley McChrystal, generale delle Forze Speciali degli USA, già a capo della infame rete statunitense di camere di tortura in Iraq. I precedenti di McChrystal nel voler provocare la guerra civile in Pakistan, li ritroviamo nel ruolo che ebbe nell’aizzare sunniti contro sciiti, nella guerra civile irachena, creando “Al Qaeda in Iraq”, sotto l’infausta protezione del già scomparso agente doppio Zarkawi[3].

Se la società irachena avesse fatto fronte comune contro l’invasore statunitense, gli occupanti sarebbero stati sconfitti in breve tempo. Ciò non ebbe luogo grazie alla tempestiva controffensiva conosciuta come “Al Qaeda in Iraq”, con l’eccidio di sciiti e le massicce rappresaglie sotto forma di guerra civile[4].

Queste tattiche partono dal lavoro del generale britannico Frank Kitson, scritte nel suo libro “Operazioni a Basso Impatto”[5]. Se esiste un corrispettivo statunitense di Heinrich Himmler, non c’è dubbio che sia incarnato nella persona del generale McChrystal scelto direttamente da Obama.

Il Generale Petraeus, superiore diretto di McChrystal, vorrebbe essere il nuovo FedMaresciallo Vòon Hindenburg. In altre parole, egli aspira ad essere il prossimo presidente degli USA.

La vulnerabilità del Pakistan, oggetto dei desideri degli alleati degli Stati Uniti e della NATO, si può comprendere bene analizzando una mappa degli attuali gruppi etnici in Afghanistan, Pakistan, Iran e India. La maggior parte delle mappe odierne mostrano soltanto i confini politici, datati ai tempi dell’imperialismo britannico, e ovviamente non rappresentano i principali gruppi etnici della zona. Per fare chiarezza in questa analisi, dobbiamo prima identificare chi essi siano. In primo luogo troviamo i Pathan, localizzati soprattutto in Afghanistan e Pakistan, come i Sindhis. La famiglia Bhutto proviene della provincia sudorientale pakistana di Sind.

PASHTUNISTAN

La strategia degli Stati Uniti e della NATO inizia dai pathan, gruppo etnico e principale risorsa dei Talebani. I Pathan rappresentano un’ importante fetta della popolazione afghana, ma sono esclusi dal governo centrale di Kabul, con a capo il Presidente Karzai, marionetta degli Stati Uniti, pathan anche lui. Ciò ha a che fare con l’Esercito Nazionale Afghano, creato dagli USA dopo l’invasione del 2001.

I corpi d’ufficiali afghani sono in maggioranza d’origine Tayik e provengono dall’Alleanza del Nord, che fecero fronte comune con gli Stati Uniti contro i talebani pathan. I Tayiks parlano Dari, conosciuto anche come Persa orientale. Altri ufficiali afghani provengono dal popolo Hazara. E’ bene sapere che i pathan si sentono esclusi. La strategia di Washington può intendersi meglio come un sforzo mirato a inseguire, disturbare, dividere, attaccare, reprimere ed assassinare i pathan. I 40.000 soldati USA e Caschi Blu che Obama vorrebbe mandare in Afghanistan finiranno tutti nella provincia di Helmand e in altre zone a maggioranza pathan. L’effetto desiderato sarà l’aumento della ribellione dei feroci ed indipendentisti pathan contro Kabul e le truppe d’ occupazione, ed inoltre riuscire ad attivare molti di questi guerrieri muyahidin, da poco stabiliti lungo la frontiera col Pakistan, da dove possono far partire la guerra contro il governo centrale di Islamabad. L’aiuto statunitense arriverà direttamente ai signori della guerra e della droga, scatenando così forze centrifughe.

Da parte pakistana i Pathan sono altresì esclusi dal governo centrale. Islamabad e l’esercito li identificano come creature dei Punyabi, influenzati anche dai sindhis. Nella parte pakistana del territorio pathan, le operazioni statunitensi comprendono omicidi di massa da parte di aerei senza pilota, omicidi ordinati dalla CIA, e a parere di certi giornalisti, l’uso di cecchini della Blackwater, oltre ai massacri terroristici senza senso come quello accaduto da poco a Peshawar, del quale i talebani pakistani incolpano la Blackwater che ha lavorato in subappalto per la Cia. Questi episodi sono intollerabili ed umilianti per uno stato sovrano. Ogni volta che i Pathan sono attaccati vengono incolpati i Punyabi di Islamabad dato il loro rapporto scuro con gli Stati Uniti, consci di tutto ciò che accade. Il traguardo primordiale di Obama nel territorio afghano-pakistano è promuovere la sommossa di tutto il popolo pathan, sotto il controllo dei talebani, il cui effetto sarebbe la distruzione dell’unità nazionale, sia a Kabul come ad Islamabad.

BELUCISTAN

L’altro gruppo etnico che il piano Obama cerca di portare alla disfatta sono i Baluki. Questo popolo prova dei risentimenti contro il governo centrale di Teheran, che credono sotto controllo persiano. Parte integrante della politica di Obama sono i voli mortali da parte dei predator della Cia e altri droni assassini, dirottati verso il Belucistan. Come scusante alludono al rapporto di Michael Ware, della CNN, che Osama bin Laden e il suo assistente del MI-6 Zawahiri si nascondono nella città di Quetta, a capo della “Quetta Shura”.

Le squadre della Blackwater non devono essere lontane. Nella parte iraniana del Belucistan, la CIA ha finanziato l’organizzazione criminale Jundullah, denunciata a Teheran per avere ucciso un gruppo di alti ufficiali della Guardia Rivoluzionaria Iraniana Pasdaran [6]. La rivolta in Belucistan sarebbe la fine dell’unità nazionale sia del Pakistan che dell’Iran, e così andrebbero in porto due dei principali bersagli della politica USA.

La strategia Rube Goldberg* di Obama

Nota del traduttore: Rube Goldberg [1883-1970] era un famoso comico nordamericano, conosciuto soprattutto per le sue “macchine”, complessi e complicati meccanismi a scopi divertenti.

Persino Chris Matthews [conduttore nordamericano di telegiornali e commentatore politico] della televisione MSNBC, di solito sostenitore fedele di Obama, ritiene che la strategia statunitense così come è stata annunciata a West Point assomigli molto a uno dei marchingegni di Rube Goldberg. (Nel mondo reale, si ritiene “Al Qaeda” la fazione terroristica araba della CIA). Nel mondo mitologico ufficiale statunitense, i supposti nemici di “Al Qaeda” sono rimasti circoscritti in Afghanistan. Perché, allora - chiede Matthews- si concentrano le truppe statunitensi in Afghanistan, dove non si trova “Al Qaeda”, anziché portarle in Pakistan dove si suppone sia presente “Al Qaeda”?

Russ Feingol, senatore democratico del Wisconsin, fece critica durante una intervista televisiva, su questa discrepante controversia, dicendo “Nel Pakistan, nella zona confinante con l’Afghanistan, si trova forse l’epicentro [del terrorismo mondiale], anche se Al Qaeda è operante in tutto il mondo, nello Yemen, Somalia, nord Africa e stia avanzando anche nel sudest asiatico. Perché dobbiamo, allora, concentrare in Afghanistan più di 100.000 truppe in zone lontane dal confine? Da notare che questo spiegamento di forze armate ha luogo nella provincia di Helmand. Non è una zona vicina al Waziristan. Ed allora, mi domando: cos’è in sostanza questa strategia, se è un dato di fatto che la presenza di “Al Qaeda” è minima in Afghanistan, ma significativa in Pakistan? E’ una sfida al normale senso logico che questa smisurata presenza di truppe in un luogo dove non ce n’è bisogno, sia la strategia corretta. Per me, in realtà, non ha alcun senso”.

Il democratico per il Wisconsin fece notare che la politica di Washington adottata in Afghanistan, in realtà potrebbe condurre gli estremisti e i terroristi verso il Pakistan e, di conseguenza, destabilizzare ancora di più la zona: “Sai, ho fatto questa domanda al presidente della Giunta dei Capi di Stato Maggiori, l’ammiraglio Mullen e anche a Mr. Holbrooke, il nostro inviato nella zona, poco fa: C’è rischio che il massiccio raduno di militari in Afghanistan, spinga gli estremisti verso il Pakistan?” disse alla ABC.

“Non hanno potuto negarlo, e questa settimana, il Primo Ministro Pakistano Gilani ha detto giustamente che la sua preoccupazione sul raduno militare sia invece l’entrata in Pakistan di un maggior numero di estremisti; ovvero credo succeda il contrario, che questa politica militare alieni la popolazione ed spinga ancora di più i talebani a fondersi con Al Qaeda, cosa contraria al nostro interesse per la sicurezza nazionale”[7]. Chiaramente tutto ciò è intenzionalmente motivato per interesse di stato imperialista statunitense.

Malick: “Obama ha dichiarato guerra al Pakistan?”

Nel suo discorso, Obama ha fatto di tutto per non distinguere fra Afghanistan e Pakistan, che dopo tutto sono due stati sovrani e membri a tutti gli effetti delle Nazione Unite. Ibrahim Sajid Malick, inviato statunitense di Samaa TV, una delle principali emittenti del Pakistan, indirizzò l’attenzione pubblica su questo particolare: “Parlando ad una grande riunione di cadetti dell’ Accademia Militare di West Point, il presidente Barak Obama sembrava quasi di poter dichiarare la guerra al Pakistan”. Ogni volta che chiamava in causa l’Afghanistan, menzionava prima il Pakistan... io ero seduto dietro e quasi cado dalla sedia al sentire dire: “i rischi sono ancora maggiori in un Pakistan con armi nucleari, sappiamo bene che AlQaeda, come altri estremisti, vorrebbero impossessarsi di esse, e abbiamo ragione di credere che siano disposti ad usarle”. La cosa mi sorprese alquanto, perché certi ufficiali statunitensi avevano confermato recentemente che l’arsenale pakistano era un arsenale sicuro. [8]

Questo articolo s’intitola “Obama ha dichiarato guerra al Pakistan?”, possiamo allora annotare alla discrezione diplomatica il segno interrogativo. Nel corso delle sedute al Congresso alle quali parteciparono il generale McChrystal e l’ambasciatore statunitense Eikenberry, Afghanistan e Pakistan furono descritti come una sinistra organizzazione denominata come “Afpak” oppure “Afpakia”.

Nell’ estate del 2007 Obama, con la consulenza di Zbigniew Brzezinski ed altri controllori, diede luogo alla politica unilaterale statunitense di usare droni di tipo predator [ndr: aerei senza pilota] per commettere assassini politici in Pakistan. Questa politica del crimine conta per il suo sviluppo con l’appoggio militare: “Due settimane fa in Pakistan, cecchini della CIA ammazzarono otto persone sospettate di essere talebani di AlQaeda, ferirono altre due, in un piano che sembrava una manovra d’allenamento terroristico... la Casa Bianca ha autorizzato lo sviluppo del programma di droni della CIA in aree tribali incontrollate del Pakistan, che fonti informate, assicurano sia un anticipo della prossima decisione del Presidente... mandare in Afghanistan altri 30.000 soldati.

Funzionari statunitensi stanno negoziando col Pakistan la possibilità di attaccare militarmente il Belucistan, questione controversa, dato che è fuori dalle aree tribali, dove si presume si nascondano i leader talebani dell’Afghanistan. [9] Negli USA addestrano ora più operatori agli aeroplani predator che piloti da combattimento.

La Blackwater sotto accusa per il massacro di donne e bambini

La CIA, il Pentagono e le agenzie che contrattano le compagnie militari private, attuano un attacco omicida in tutto il Pakistan, colpendo pacifici villaggi e tranquille feste familiari. La Blackwater, che ha cambiato il suo nome in Xe Services and Total Intelligence Solutions [10], è molto coinvolta in tutto ciò: “In una base operativa segreta dipendente dal Comando di Operazioni Speciali (JSOC), nella città portuale di Karachi, in Pakistan, membri di una divisione d’elite della Blackwater portano avanti un piano per uccidere persone sospette di essere attivisti talebani o di Al Qaeda, [i rapimenti e sequestri] di personaggi chiave sono, secondo una ricerca di The Nation, alcune delle importanti attività dentro e fuori del Pakistan, che coinvolgono la Blackwater. I loro agenti aiutano nella raccolta di informazioni per i servizi d’intelligence, così come appoggiano una campagna militare di bombardamenti segreti con droni, in parallelo agli attacchi dei predator della CIA, il tutto ben documentato, secondo una fonte attendibile all’interno del servizio d’intelligence militare statunitense.[11]

Nonostante sia raccapricciante, il rapporto Scahill deve essere incompleto, in quanto non cita le costanti denunce sul fatto che gran parte dei bombardamenti su Peshawar ed altre città pakistane sono opera della Blackwater, come esposto da questo semplice comunicato stampa: “Islamabad, 29 Ottobre (Xinhua). Hakimullah Mehsud, leader dei talebani in Pakistan, accusa la controversa società privata statunitense Blackwater di aver fatto esplodere una bomba a Peshawar, uccidendo 108 persone, ha riferito giovedì l’agenzia locale di notizie NNI (News NNI, in inglese)”[12]. Questo è terrorismo a “occhi chiusi”, progettato per l’uccisione, senza ritegno, di donne e bambini.

Gli Stati Uniti sono in guerra anche con l’Uzbekistan?

Il rapporto Scahill parla anche dell’invasione segreta di Washington nell’ Uzbekistan, paese dell’era postsovietica, con 25 milioni d’abitanti, confinante col nord dell’Afghanistan: “Oltre ai bombardamenti chirurgici prestabiliti e alle operazioni contro Al Qaeda e i talebani nel Pakistan, da parte di JSOC e CIA, la Blackwater, nella città di Karachi, contribuisce assieme al Servizio d’Intelligence nordamericano, a pianificare le missioni di JSOC nell’Uzbekistan, contro il Movimento Islamico dell’Uzbekistan.

Secondo la stessa fonte, le ingerenze della Blackwater non si verificano direttamente, bensì sono messe in atto tramite la JSOC. “Ciò mi incuriosì e mi preoccupò perché nessuno ha mai detto di essere in guerra con l’ Usbekistan” disse. “Perciò, non ricordai di chiedere se Rumsfeld sarebbe tornato ad assumere il suo posto”[13]. Sono queste le speranze e le attese di cambiamento. Il ruolo dell’Intelligence USA nel promuovere la ribellione nel Belucistan, con l’obiettivo d’isolare il Pakistan, è confermata anche dal professor Chossudovsky: “Già nel 2005, in un rapporto del Consiglio d’Intelligence degli Stati Uniti e della CIA si leggeva “un finale per il Pakistan, come quello della Jugoslavia”, “nel giro di dieci anni, un paese diviso dalla guerra civile, distrutto dallo spargimento di sangue e dall’ antagonismo fra regioni, come abbiamo visto recentemente nel Belucistan”. (Energy Compass, 2 marzo 2005). Secondo gli stessi organismi, il Pakistan deve diventare uno “Stato fallito” verso il 2015, “a causa della guerra civile, la talebanizzazione e la lotta per il controllo totale delle sue armi nucleari.”[14]... Washington favorisce la creazione di un “Grande Belucistan” nel quale troverebbero posto regioni come le aree Baluki, altresì certe zone dell’Iran, possibilmente la parte sud dell’Afghanistan, così d’arrivare alla frattura politica di ambedue paesi.[15]

Gli iraniani, invece, sostengono che gli Stati Uniti compiono atti di guerra sul territorio del Belucistan: “Teheran, 29 ottobre (Xinhua)-Ali Larijani, portavoce del parlamento iraniano ha detto... che vi sono indizi concreti che mostrano il coinvolgimento degli Stati Uniti negli ultime esplosioni mortali nella provincia iraniana del Sistan-Belucistan, secondo l’agenzia ufficiale IRNA... L’attacco suicida effettuato dal gruppo sunnita ribelle Jundallah (Soldati di Dio) si è verificato il 18 ottobre nella provincia del Sistan-Belucistan, vicino al confine con il Pakistan, dove i funzionari locali si stavano preparando a una cerimonia d’incontro tra i leader tribali e i comandanti della Guardia rivoluzionaria iraniana (IRG).[16]

L’obiettivo di Washington: il taglio del corridoio energetico pakistano tra l’Iran e la Cina

Perché gli Stati Uniti sono così ossessionati dalla disintegrazione del Pakistan? Uno dei motivi è che questo paese è sempre stato un partner strategico ed economico della Cina, un paese al quale gli Stati Uniti e la Gran Bretagna fanno opposizione e desiderano escludere dalla scena internazionale. In particolare, il Pakistan potrebbe costituire un corridoio energetico che collegherebbe i campi di petrolio in Iran e Iraq e forse anche il mercato cinese attraverso un gasdotto che dovrebbe attraversare l’Himalaya nel Kashmir. Questa questione è chiamata “Dottostan” (Pipelinestan, in inglese). Ciò offrirebbe alla Cina una garanzia di approvvigionamento petrolifero su terreni che non sono soggetti alla superiorità navale anglo-americana, riducendo al tempo stesso di 12,000 miglia il viaggio delle petroliere intorno al bordo meridionale dell’Asia. Secondo recenti notizie di stampa: “Pechino esercita pressione su Teheran nel coinvolgere la Cina nel progetto del gasdotto e Islamabad ha accettato di firmare un accordo bilaterale con l’Iran, accogliendo con favore la partecipazione della Cina.”

Secondo le stime, il gasdotto dovrebbe beneficiare il Pakistan, con un totale compreso tra i 200 e i 500 milioni di dollari l’anno soltanto come pagamenti per il transito. Cina e Pakistan stanno già lavorando su un progetto di un gasdotto attraverso l’Himalaya, che porterebbe il petrolio dal Medio Oriente alla Cina occidentale. Il Pakistan offrirebbe alla Cina la rotta più breve possibile... il gasdotto che si estenderebbe dal porto meridionale di Gwandar in Pakistan, lungo la via del Karakoram sarebbe parzialmente finanziato da Pechino. I cinesi hanno costruito anche una raffineria a Gwadar. Le esportazioni attraverso l’oleodotto dovrebbero ridurre le importazioni di Pechino attraverso l’ insicuro Stretto di Malacca, che è attualmente utilizzato da questo paese per l’80 per cento delle sue importazioni di petrolio. Islamabad prevede inoltre di costruire una ferrovia che colleghi la Cina con Gwadar. Il porto è anche visto come la fase finale del progetto multimiliardario di gasdotti che partono dai campi del sud dell’ Iran e del Qatar, e dai campi del Daulatabad in Turkmenistan per esportare le risorse naturali ai mercati mondiali.[17] Questo sarebbe un tranquillo, pacifico e naturale accordo di cooperazione economica, che però britannici ed statunitensi vogliono fermare a tutti costi.

La fornitura di petrolio e gas naturale attraverso il gasdotto verso la Cina, fornirebbe energia al paese e costituirebbe anche tramite il trasporto di tali risorse, il sorgere di un’influenza economica della Cina in Medio Oriente, che indebolirebbe il dominio britannico e statunitense nel mondo, cosa che Londra e Washington non sono disposte a perdere nei loro piani di controllo globale.

La propaganda interna degli Stati Uniti presenta già il Pakistan come la nuova sede del terrorismo. Le quattro persone pateticamente arrestate e già in procinto di giudizio per il loro coinvolgimento nel presunto tentativo di bombardare una sinagoga a Riverdale, nel Bronx, New York, sono state già associate al misterioso e sospetto Jaish-e-Mohammad, presunto gruppo terroristico pakistano. Stessa cosa per i cinque musulmani del Nord Virginia, che sono stati recentemente arrestati nei pressi di Lahore in Pakistan.

India e Iran

Per quanto riguarda i paesi vicini, l’India, sotto la guida dello sfortunato Manmohan Singh, sembra voler dare un taglio netto nei confronti di Pakistan e Cina, a favore di Stati Uniti e Gran Bretagna. Questa è la ricetta per una tragedia colossale. L’India dovrebbe piuttosto raggiungere la pace permanente con il Pakistan, tramite la ripartizione della Valle del Cashmire, dove il 95 per cento della popolazione è musulmana e vorrebbe l’annessione al Pakistan. Se non si trova una soluzione a questo problema, non ci sarà più pace nel subcontinente.

Per quanto riguarda l’Iran, George Friedman, capo della sezione Stratfor della comunità d’intelligence, ha recentemente dichiarato a Russia Today [televisione russa, che trasmette in inglese] che la grande novità del prossimo decennio sarà l’alleanza degli Stati Uniti con l’Iran, uniti contro la Russia. In questo scenario, l’Iran avrebbe tagliato le forniture di petrolio alla Cina. E’ questa l’essenza della strategia di Brzezinski. E’ un obiettivo primario che il movimento contro la guerra negli Stati Uniti si riorganizzi e mobiliti contro il cinismo e l’ipocrisia della guerra e contro la politica di escalation per Obama, che ha già superato il numero di crimini di guerra di Bush e Cheney. In questa nuova fase del “Grande Gioco”, i rischi sono incalcolabili.

Webster G. Tarpley
Scrittore, giornalista, conferenziere e critico nordamericano sulle politiche interne ed estere degli Stati Uniti. I suoi ultimi libri sono: Obama, The Postmodern Coup, The Making of a Manchurian Candidate, Barack Obama: The Unauthorized Biography, e 9/11 Synthetic Terror. E’ membro della Conferenza Aix for Pace.

Nucleare in Italia. Una follia anche dal punto di vista economico

di Alfiero Grandi

Perché non si può che essere contrari alla reintroduzione in Italia del nucleare come fonte di energia elettrica? Anzitutto il Governo ha forzato la mano e ha fatto approvare nel 2008 la sua proposta di legge con il voto di fiducia tentando così di capovolgere il risultato del referendum popolare del 1987, che a grande maggioranza ha deciso di chiudere con il nucleare in Italia.

Non si può che condannare questo sostanziale disprezzo della volontà popolare, infatti il Governo cerca di ribaltare, compiendo una grave forzatura, il risultato del referendum popolare.

La maggioranza delle Regioni ha giustamente fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro questa legge per ottenere il rispetto del dettato della Costituzione che garantisce loro un ruolo di codecisione in materia di localizzazioni, di politiche di sviluppo, di salute e di tutela dell’ambiente. Poteri che il Governo vorrebbe di fatto eliminare.

La militarizzazione dei siti

La questione è ancora più grave, se possibile, per i Comuni, le Province e le comunità locali a cui si tenta comunque, in caso di loro dissenso, di imporre per legge le decisioni del Governo attraverso anche la militarizzazione dei siti prescelti per gli insediamenti nucleari, che verrebbero sottratti di conseguenza ad ogni possibilità di controllo da parte della popolazione e dei suoi rappresentanti.

La scelta del Governo di reintrodurre il nucleare in Italia, assecondando la pressione del gruppo affaristico guidato dall’Enel, è una follia economica che per le prime 4/5 centrali che si vorrebbero costruire costerebbe non meno di 30 miliardi di euro solo per la loro costruzione (tanto è vero che il Canada ha rinunciato a costruire nuove centrali per i costi troppo elevati) a cui andrebbero aggiunti i costi enormi per lo smaltimento delle scorie e in futuro per lo smantellamento delle stesse centrali.

Lo smaltimento delle scorie radioattive (parte delle quali attive per centinaia di migliaia di anni) è un problema che nessuno al mondo ha fino ad ora risolto adeguatamente, tanto meno il Governo italiano. Le scorie ammontano in Italia a 55.000 metri cubi solo per l’eredità della precedente avventura nucleare e il loro costo grava tuttora sulla bolletta elettrica degli italiani.

Le scorie radioattive sono la peggiore ipoteca possibile sulle future generazioni, infatti a fronte di un funzionamento limitato ad alcuni decenni delle centrali vi sarebbe la permanenza delle scorie per un tempo migliaia di volte superiore.

Il Governo parla di produrre da nucleare il 20% di energia fingendo di dimenticare che il nucleare può fornire solo energia elettrica che è meno del 25% dell’energia totale impiegata e quindi il suo piano nucleare riguarda in realtà il 5/6% di tutta l’energia utilizzata, senza dimenticare che gli impegni europei del 20/20/20 riguardano tutta l’energia.

Impegnare enormi risorse private e pubbliche per il nucleare impedirebbe di fatto al nostro paese - che per di più ha risorse disponibili limitate - di sviluppare le fonti energetiche rinnovabili da sole, vento, acqua, terra. Le fonti energetiche rinnovabili sono pulite e il loro sviluppo consentirebbe all’Italia di iniziare a rientrare ben prima del 2020 nei parametri europei già vigenti del 20/20/20 (ove non rispettati l’Italia subirebbe una multa di3,6 milioni di euro al giorno) e di raggiungere una rilevante autonomia energetica che invece il nucleare non può garantire perché l’Italia dovrebbe acquistare dall’estero l’uranio - risorsa esauribile come il petrolio - e le relative tecnologie.

L’alternativa è lo sviluppo delle fonti rinnovabili

Il piano Lega Ambiente - CGIL per lo sviluppo delle fonti rinnovabili conferma invece che l’Italia, impegnando le sue risorse nelle energie rinnovabili e nel risparmio energetico, potrebbe ottenere risultati rilevanti nello sviluppo tecnologico, nella ricerca e potrebbe creare 100.000 posti di lavoro qualificati, cioè almeno 50 volte il nucleare.

Non è vero nemmeno che il nucleare farebbe costare meno l’energia. Se tutti i costi venissero calcolati - dalla costruzione allo smaltimento delle scorie - il costo dell’energia prodotta da questa fonte sarebbe certamente più alto dell’eolico e dell’idroelettrico e del tutto paragonabile anche ad altre fonti rinnovabili.

Anzi è ormai del tutto evidente che malgrado tante rassicurazioni lo Stato dovrebbe intervenire, per stessa ammissione della lobby nuclearista, sia favorendo i prestiti a lunghissima scadenza, sia partecipando in qualche forma al capitale, sia con garanzie tariffarie, che con risarcimenti alle comunità locali.

Tuttavia anche una valutazione non artefatta dei costi reali del nucleare viene dopo la questione prioritaria della sicurezza per la popolazione e per l’ambiente.

La nuova carta sismica italiana, la nuova dislocazione territoriale della popolazione creano un primo vincolo che rende impossibile trovare localizzazioni per centrali nucleari, senza dimenticare il loro enorme consumo di acqua.

Nessuna garanzia per la sicurezza delle persone

Gli incidenti ripetuti in centrali collocate all’estero (anche senza arrivare al disastro di Chernobyl, che pure non va dimenticato) la censura severa decisa dalle Agenzie per la sicurezza di Francia, Inghilterra e Finlandia verso i costruttori di centrali sui sistemi informatici di sicurezza, avvenuta dopo i precedenti richiami sulla qualità della costruzione dei contenitori dei prototipi di Okilhuoto e di Flamanville, confermano che il nucleare oggi disponibile non garantisce la sicurezza delle popolazioni e dell’ambiente e che per di più si utilizzano tecnologie vecchie ed obsolete.

La legge voluta dal Governo crea un’Agenzia per la sicurezza del tutto inadeguata al compito di tutelare la sicurezza delle persone: organici inadeguati e senza sufficiente professionalità, risorse pressoché inesistenti consegnano di fatto la salute e la vita dei cittadini in ostaggio ai costruttori, senza che la struttura preposta alla sicurezza sia messa in grado di intervenire adeguatamente.

Il Governo ora sta ritardando le decisioni sulla localizzazione dei siti nucleari per evitare che questo tema entri nella prossima campagna elettorale. La reazione di Scanzano Ionico sulle scorie ancora viva nella memoria. Per di più la legge voluta dal Governo prevede modalità attuative delle decisioni sui siti che arrivano fino alla loro militarizzazione per imporli ad ogni costo alle popolazioni

Per questo occorre che un no netto alle centrali nucleari entri nei programmi elettorali nelle prossime elezioni regionali, sviluppando tutte le iniziative necessarie per informare e mobilitare le elettrici e gli elettori, per pretendere impegni certi dai futuri amministratori. Non si può essere ambigui su questa scelta.

Il NO al nucleare è una battaglia importante che parla di una diversa società, di una diversa economia, di un futuro di occupazione qualificata, della priorità rappresentata dalla salute delle persone e dal rispetto dell’ambiente.

FONTE: http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=8174:nucleare-in-italia-una-follia-anche-dal-punto-di-vista-economico&catid=39:opinioni&Itemid=156

lunedì 4 gennaio 2010

LA SCOSSA - QUALCOSA DI NUOVO!


LA SCOSSA è un idea di alcuni giovani carmagnolesi che vogliono far rivivere il circolo di Rifondazione in Via Lomellini.
L'AGGREGAZIONE PRIMA DI TUTTO, la LUDOTECA, e magari qualche bella discussione viene anche fuori! La Scossa vuole parlare solo con chi è più o meno affine al Circolo, non chiude le porte a nessuno, ha idee concrete che potrebbero far gola a qualunque soggetto che di partiti non ne vuole sapere...e chi dissente è sempre utile al confronto!
Smettela di 'banfare' o lamentarvi, venite a sentire e a proporre...e se fate parte di associazioni, venite con i vostri rappresentanti perchè uniti..è meglio!!!

Giovedi 14 gennaio 2009
Ore 21
Circolo di Rifondazione Via Lomellini (P.zza S.Agostino) a CARMAGNOLA

E' confermato: Berlusconi non è mai stato ferito

In questi giorni il Presidente del Consiglio è andato in vacanza e non si è occupato un gran che dei doveri che impone la sua carica. Lo si è visto in qualche fotografia in occasione del compleanno di una giovane e carina deputata del Pdl, Michaela Biancofiore; inoltre ha fatto una uscita a Capodanno in un centro commerciale. E guarda la sorpresa, ha due grossi cerotti in fraccia. Uno sulla guancia sinistra; e uno di traverso sul naso. Ma lui il 13 dicembre non è stato ferito nè sullla guancia nè sul naso. Se andiamo a leggere il certificato medico, leggiamo di una ferita al labbro, una infrazione alla cartilagine del naso, e una ferita lacero-contusa allo zigomo sinistro. Mentre se si guarda la foto e il video allegati, si vede che lo zigomo e le labbra non hanno alcun segno. Allora, che cosa possiamo concludere? Che le ferite non ci sono mai state, come ormai sa tutta l'Europa; tutta l'Europa tranne gli italiani. Infatti ci sono stati i TG nazionali tedeschi, belgi e francesi che hanno dimostrato la falsificazione del cosiddetto attentato di Massimo Tartaglia. Gli unici a non saperne niente sono gli italiani, dato che non è mai stato avanzato dai mass media alcun serio dubbio sulla versione ufficiale dei fatti.
Ora non ci sono dubbi, ci sono certezze: l'aggressione è stata falsa. Massimo Tartaglia avrà anche lanciato qualcosa in faccia a Berlusconi, ma sicuramente non un souvenir. E allora, cosa impedisce di pensare che sia stata tutta una montatura, per far alzare il proprio indice di gradimento politico, facendo battere la grancassa sulla presunta aggressione? Basta ricordare che per le elezioni regionali di marzo si stanno allestendo i cartelloni 3 metri per 6, in cui si mostra il volto di Berlusconi di Berlusconi insanguinato.

Fonte: http://www.julienews.it/notizia/politica/e-confermato-berlusconi-non-e-mai-stato-ferito/39055_politica_0_1.html







domenica 3 gennaio 2010

Bentornato Marx



La Biblioteca Popolare Karl Marx di Nichelino presenta:
BENTORNATO MARX

Lunedi 18 gennaio 2009
Ore 20:30
Presentazione libro "Bentornato Marx" di Diego Fusaro (sarà presente l'autore)
Ore 21:30
Proiezione film "Parole Sante" di Ascanio Celestini

Saranno inoltre presente il creatore della pagina fan di Facebook di Karl Marx (2000 fan)


Circolo 1 Maggio
Via Primo Maggio, 18 Nichelino (To)
http://www.bibliotekarlmarx.altervista.org/
www.rifondazionenichelino.blogspot.com
prcnichelino@libero.it





Marx è morto. È questa l'ossessiva litania che siamo ormai abituati a sentire. Dietro tale canto funebre – che a prima vista parrebbe proprio il riscontro di un decesso – si cela però, forse, l'auspicio che tale trapasso abbia luogo davvero, perché il “morto” in questione è ancora in forze e non cessa di seminare il panico tra i vivi. Chi si ostina a ripetere, in nome di Dio o del Mercato, che “Marx è morto” lo fa, allora, perché assillato dal suo spettro: esso continua infatti a denunciare le contraddizioni di un mondo capovolto, di una realtà spettrale che – sospesa in un incantesimo di alienazione e sfruttamento, di feticismo e di mercificazione universale – abbiamo prodotto noi stessi, ma che è a tal punto opaca da sembrare autonoma e da dominarci minacciosa. Da queste considerazioni è bene muovere per tornare a leggere Marx, per riflettere sull'attualità e l'inattualità del suo pensiero; su quali siano i suoi “spettri” che continuano ad aggirarsi tra noi, anche oggi che il “socialismo reale” è naufragato e che la storia ha mandato in frantumi il sogno di Marx. Il fallimento delle sue profezie non intacca infatti l'esattezza delle denunce da lui formulate, e la sua critica radicale del capitalismo rappresenta ancora lo strumentario concettuale più “forte” per criticare la società esistente e le contraddizioni che la permeano. Il suo progetto, inoltre, continua a essere – dopo tutto – la più seducente promessa di felicità di cui la filosofia moderna sia stata capace.

Diego Fusaro (Università Vita-Salute San Raffaele di Milano) è attento studioso del pensiero di Marx e delle sue molteplici declinazioni otto-novecentesche. Per Bompiani ha curato l'edizione bilingue di diverse opere di Marx. Ha inoltre recentemente dedicato all'interpretazione del pensiero marxiano tre studi monografici: Filosofia e speranza (2005), Marx e l'atomismo greco (2007), Karl Marx e la schiavitù salariata (2007). E' il curatore del progetto internet "La filosofia e i suoi eroi".


Gaza freedom march: ci abbiamo provato

Il 31 dicembre saremmo dovuti essere a Gaza, con i palestinesi, a chiedere che un popolo avesse diritto di esistere, di vivere.
Il governo egiziano non ce l'ha concesso, sbattendo i pugni sul tavolo sin da subito, rendendoci difficile qualsiasi movimento sul suo territorio, cercando di creare spaccature al nostro interno, malmenandoci.

I giorni al Cairo sono stati duri. Benchè dalla nostra avessimo il salvagente dell'internazionalità (lungi da Mubarak mostrare lo stato di terrore che ha creato in Egitto facendo notizia per maltrattamenti su degli stranieri) essere vicini al popolo di Gaza è stato difficile. Continui controlli, impedimenti, blocchi, veri e propri sequestri di persona che hanno impedito ad alcuni di noi di uscire dagli alberghi per andare a manifestare.
Ad ogni presidio seguiva, tempo 5 minuti, l'arrivo di un furgone che scaricava una ventina di transenne per bloccarci lì dove eravamo. E poi cordone di poliziotti, quasi sempre in tenuta antisommossa, a circondare questi 1500 dissidenti che chiedevano solo di entrare nella Striscia.

Il governo egiziano ha mostrato sin da subito la sua sottomissione alla politica di Israele: benchè abbiamo più volte dichiarato che nostra volontà non sarebbe stata quella di manifestare contro l'Egitto ma solo essere vicini ai palestinesi Mubarak ha preferito attuare una politica repressiva, in linea con il terrore che dagli anni '80 attua per il controllo del Paese.

Il 31 saremmo dovuti essere a Gaza. Invece eravamo al Cairo. Arrabbiati, nervosi e per giunta malmenati. Paola, una ragazza della nostra delegazione, si è presa un pugno sul naso perchè tentava di difendere una signora anziana dagli spintoni e dagli strattoni che i poliziotti in borghese le stavano gratuitamente concedendo. Altri sono stati tirati per i capelli, qualcuno si è preso delle manganellate sulle ginocchia. Le macchine fotografiche in vista sono state scaraventate a terra, i cineoperatori allontanati. E noi volevamo solo avere la possibilità di raggiungere il valico di Rafah.



Siamo tornati arrabbiati, forse un pò delusi, ma forti di 2 convinzioni: la prima è che siamo riusciti, almeno in parte, a scalfire il muro di silenzio che aleggia sulla questione palestinese e sugli orrori che Israele e Egitto si sentono autorizzati a commettere; la seconda è che il popolo egiziano è con i palestinesi, anche se ce l'ha potuto dimostrare in silenzio, con sguardi, fiochi sorrisi e qualche gesto.



Ed è da questo che partiremo, in Italia e nello specifico a Torino, affinchè l'attenzione resti alta su uno dei più terribili genocidi autorizzati del XXI secolo. E lo faremo iniziando sin da subito il nostro boicottaggio dell'Egitto, unito a quello di Israele.

Con la Palestina nel cuore.

Sonia Migliaccio

giovedì 31 dicembre 2009

Le contraddizioni della blogger cubana Yoani Sánchez


13.12.09 - Salim Lamrani www.voltairenet.org - traduzione P.Soravia
http://cubainforma.interfree.it/2009/stampa/contraY.htm

La blogger cubana Yoani Sánchez rappresenta oggi la nuova dissidenza politica di fronte al regime di Fidel Castro.

Il suo sito internet in 18 lingue impressiona ma se si misura la sua frequentazione in visite si rimane sconcertati. Yoani Sánchez ha ricevuto vari premi letterari o politici da paesi occidentali.

Tuttavia, i testi che scrive sono pieni di contraddizioni e la sua biografia è confusa. Soprattutto, il suo sito internet conta sull'assistenza di potenti mezzi tecnici e di deroghe amministrative negli Stati Uniti, questo lascia apparire un grande appoggio logistico made in USA dietro il quale si presenta falsamente come un'iniziativa individuale e spontanea.

Il 7 novembre 2009, i mezzi occidentali hanno dedicato ampi spazi alla blogger cubana Yoani Sánchez (vedere il suo sito internet). La notizia proveniente da La Habana sull’alterco tra la dissidente e le autorità cubane ha fatto il giro del mondo e ha eclissato il resto dell'attualità. [1]

La Sánchez ha raccontato dettagliatamente la sua sventura nel suo blog e sulla stampa. Così, ha affermato che era stata arrestata in compagnia di tre amici da “tre robusti sconosciuti” in un “pomeriggio carico di botte, grida e insulti”. [2] Ha spiegato, quindi, la sua storia che assomiglia a un autentico calvario:

“Gli stessi 'aggressori' hanno chiamato una pattuglia che ha portato via me e altri due che mi accompagnavano […]. mi sono rifiutata di salire sulla brillante Geely ed […] è arrivata una raffica di colpi, spintoni, mi hanno caricato con la testa in giù e hanno cercato di infilarmi in macchina. Mi sono aggrappata alla portiera… colpi sulle nocche… sono riuscita a togliergli una carta che uno di essi teneva in tasca e me la sono messa in bocca. Un'altra raffica di colpi affinché restituissi loro il documento.
Dentro c’era già Orlando, immobilizzato con una mossa di karatè che lo teneva con la testa incollata al pavimento. Uno mi ha messo il ginocchio sul petto e l'altro, dal sedile anteriore mi picchiava nella zona dei reni e mi batteva la testa affinché aprissi la bocca e lasciassi andare la carta. Per un momento, ho sentito che non sarei mai uscita da quell'auto. 'Fino a qui sei arrivata Yoani', 'sono finite le pagliacciate' ha detto quello che era seduto di fianco all'autista e che mi tirava i capelli. Nel sedile di dietro aveva luogo un singolare spettacolo: le mie gambe verso l'alto, il mio viso arrossato dalla pressione e il corpo dolorante, di fianco c’era Orlando malridotto da un professionista delle bastonate. A questo, sono solo riuscita per caso a afferrargli i testicoli – attraverso i pantaloni - in un atto di disperazione. Ho affondato le unghie, pensando che avrebbe continuato a schiacciarmi il petto fino all'ultimo respiro. 'Ammazzami dai' gli ho gridato, con l'ultimo fiato che mi rimaneva e quello che stava davanti ha ammonito il più giovane 'Lasciala respirare'.
Ascoltavo Orlando ansimare e i colpi continuavano a cadere su di noi, ho preso in considerazione di aprire la portiera e buttarmi fuori, ma non c'era una maniglia da usare da dentro. Eravamo alla loro mercé e sentire la voce di Orlando mi dava coraggio. In seguito, egli mi ha detto che gli succedeva la stessa cosa con le mie parole strozzate… che gli dicevano 'Yoani è ancora viva'. Ci hanno lasciati annientati e doloranti sulla strada della Timba, una donna si è avvicinata ' Che cosa vi succede?'… 'Un sequestro', ho azzardato a dire.
Piangiamo abbracciati in mezzo al marciapiede, pensavo a Teo, per Dio come gli spiego tutte queste traversie. Come posso dirgli che vivo in un paese dove succede questo, come posso guardarlo e raccontargli che a sua madre, per il fatto di scrivere in un blog e mettere le sue opinioni in kilobyte, l'hanno violentata in piena strada. Come descrivergli il viso dispotico di quelli che ci hanno fatto salire a forza su quell'auto, il piacere che si notava in loro nel picchiarci, nel tirarmi su la gonna e trascinarmi seminuda fino all'auto. “[3]

Gli Stati Uniti d'America (dove Yosvanis Valle, un cittadino cubano di 34 anni, era stato giustiziato 48 ore prima, portando a 42 il numero di esecuzioni dell'anno 2009 [4]) hanno dichiarato la loro profonda preoccupazione, attraverso il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Nelly. “Continueremo a interessarci della salute di Yoani Sánchez e del suo accesso alle cure mediche”. [5]

1. Contraddizioni

Le parole di Yoani Sánchez sono terrificanti e suscitano immediatamente la simpatia e la comprensione del lettore verso la vittima.

Ciò nonostante, è inevitabile segnalare alcune contraddizioni che gettano un'ombra sulla credibilità da tale racconto.

Il 9 novembre 2009, tre giorni dopo la sua disavventura, Yoani Sánchez ha ricevuto nella sua casa la stampa straniera per raccontare l’incidente. Prima sorpresa per i giornalisti, riferita dal corrispondente della BBC a La Habana Fernando Ravsberg: nonostante “i colpi e gli spintoni”, i “colpi sulle nocche”, la nuova “raffica di colpi”, il “ginocchio sul [suo] petto”, i colpi “ai reni e […] alla testa”, “i capelli” tirati, il “viso arrossato per la pressione e il corpo indolenzito”, “i colpi [che] continuavano a cadere e “tutti queste traversie” che ha evocato la blogger cubana, [6] Ravsberg ha notato che la Sánchez “non ha ematomi, segni o cicatrici”. [7]

Le immagini del canale statunitense CNN, che pure ha intervistato la blogger, confermano le parole del giornalista britannico.

Inoltre, il corrispondente della CNN prende precauzioni verbali e insiste nella sofferenza “apparente” della Sánchez (usa una stampella per muoversi) [8]

Secondo l'Agenzia France Presse che racconta la storia chiarendo con attenzione che si tratta della versione della Sánchez con il titolo “Cuba: la blogger Yoani Sánchez dice essere stata percossa e fermata brevemente”, la blogger “non è stata ferita”. [9]

Interrogata al riguardo dalla BBC, Yoani Sánchez cerca di spiegare questa contraddizione. Secondo lei, i segni e gli ematomi sul viso e nel corpo sono realmente esistiti, ma sono spariti. “Per tutto il fine settimana ho avuto lo zigomo e il sopracciglio infiammati”. Tutti i segni sono spariti… il lunedì mattina con l'arrivo del primo giornalista straniero. Invece, ematomi e “vari segni” rimangono, afferma, ma… “soprattutto sulle natiche, purtroppo non posso mostrarli”, ha spiegato. [10]

La Sánchez non ha precisato le ragioni per le quali non si è degnata di fotografare gli ematomi e i segni immediatamente dopo l'incidente, quando erano visibili, la qual cosa avrebbe costituito una prova irrefutabile della violenza della polizia contro di lei. Quanto ai capelli strappati, questo fatto non è assolutamente visibile nelle foto e nei video, la sua spiegazione è semplice: “Ho perso molti capelli ma in questa abbondante chioma non si nota”. [11]

Nel suo blog e in un'intervista alla radio, la Sánchez parla di “sequestro nel peggiore stile della camorra siciliana”, dando l'impressione di essere stata fermata per varie ore. [12] Orbene, nella sua intervista alla BBC, quando il giornalista insiste e chiede precisazioni, la blogger confessa che in realtà l'incidente è durato in totale 25 minuti. D'altra parte, la Sánchez afferma che il fermo è successo alla piena luce del giorno, di fronte a una fermata di autobus piena di gente.

Ciò nonostante, la stampa occidentale non è riuscita a trovare un solo testimone, neanche anonimo, per confermare le parole della blogger e documentare così la veridicità delle sue affermazioni. [13] Analogamente, nessuna delle persone che accompagnavano Yoani Sánchez ha voluto rispondere alle richieste di interviste dei media occidentali, indirizzandoli verso la blogger, incaricata di parlare a nome di tutti.

D'altra parte, sembra sorprendente e illogico che le autorità di La Habana abbiano deciso di maltrattare pubblicamente una dissidente tanto ‘mediatica’ come Yoani Sánchez, sapendo con assoluta certezza che un simile atto avrebbe scatenato immediatamente un scandalo internazionale. A priori, esistono altri mezzi molto più efficaci e discreti per intimorire gli oppositori.

Infine, la Sánchez cade in nuove contraddizioni quando cerca di chiarire alcuni lati oscuri della sua testimonianza. Così, ha spiegato che la sua resistenza sarebbe dovuta al fatto che gli agenti, in borghese, “non avevano mostrato nulla che li identificasse come autorità, mi sarei comportata in modo diverso se fossero stati in uniforme. Ho chiesto loro che facessero venire un poliziotto, hanno chiamato ed è arrivata una pattuglia di polizia che si è portata via le altre due ragazze e ha lasciato Orlando e me nelle mani degli altri”. [14] Quindi, nel suo blog, assicura che la polizia è arrivata all'inizio del controllo, ma ciò non le avrebbe impedito di resistere a quello che somiglia sempre di più a un controllo di identità fatto da poliziotti in borghese che a un linciaggio pubblico.

Insomma, nessun elemento permette di confermare le parole di Yoani Sánchez, non è disponibile nessun'altra testimonianza, nemmeno quelle delle persone che l'accompagnavano. Allora bisogna fidarsi solo della versione della blogger, che è piena di contraddizioni. In presenza di questi elementi, è impossibile non mettere in dubbio le affermazioni della famosa blogger cubana.

È necessario fare un paragone. La stampa occidentale ha concesso, in appena 72 ore, più spazio a Yoani Sánchez e al suo incidente con le autorità che a tutti i crimini che ha commesso (più di un centinaio di assassini, altrettanti di casi di sparizioni e innumerevoli atti di tortura e di violenza) la dittatura militare che il golpista Roberto Micheletti dirige dal 27 giugno 2009.

Decisamente, la Sánchez non è una semplice blogger critica di un sistema come lei stessa afferma.

2. Il fenomeno Yoani Sánchez

Yoani María Sánchez Cordero è un'abitante di La Habana nata nel 1975, apparentemente laureata in Filologia dall'anno 2000, come annuncia nel suo blog. Sussiste un dubbio al riguardo perché durante il suo soggiorno nella Svizzera Tedesca due anni dopo, quando si iscrisse presso le autorità consolari, dichiarò un livello “preuniversitario” come dimostrano gli archivi del consolato della Repubblica di Cuba a Berna. [15] Così, dopo avere lavorato nel campo editoriale e fatto lezioni di spagnolo ai turisti , decise di abbandonare il paese in compagnia del suo figliolo.

Il 26 agosto 2002, dopo essersi sposata con un tedesco chiamato Karl, di fronte alla “delusione e l'asfissia economica” che regnava a Cuba, emigrò in Svizzera con un “permesso di viaggio all’estero” valido per undici mesi. [16]

Curiosamente, scopriamo che dopo essere fuggita da “un'immensa prigione con muri ideologici” [17], per riprendere le parole che usa per riferirsi al suo paese di nascita, due anni dopo, durante l'estate 2004, decise di lasciare il paradiso svizzero - una delle nazioni più ricche del mondo - per tornare alla “barca che fa acqua al punto da naufragare” come qualifica metaforicamente l'Isola. [18]

Di fronte a questa nuova contraddizione, la Sánchez spiega che ha scelto di tornare nel paese dove regnano “le urla del despota”, [19] dove “Esseri delle ombre, che come vampiri si alimentano della nostra allegria umana, ci inoculano la paura tramite i colpi, le minacce, il ricatto”, [20] “per motivi familiari e contro l'opinione di conoscenti e amici”. [21]

Quando si legge il blog di Yoani Sánchez, dove la realtà cubana viene descritta in modo apocalittico e tragico, uno ha l'impressione che il purgatorio, in confronto, sia uno stabilimento balneare, e che solo il caldo asfissiante dell'anticamera dell'inferno dia un'idea di quello che vivono i cubani. Non appare nessun aspetto positivo della società cubana. Si raccontano solo aberrazioni, ingiustizie, contraddizioni, difficoltà. Quindi, il lettore ha difficoltà a capire perché una giovane cubana abbia deciso di lasciare la ricchissima Svizzera per ritornare a vivere in quello lei paragona all'inferno di Dante dove “le tasche si svuotavano, la frustrazione cresceva e la paura regnava”. [22]

Nel suo blog, i commenti dei suoi sostenitori stranieri fioriscono al riguardo: “Non capisco il tuo ritorno Perché non hai dato un futuro migliore a tuo figlio?”, “Cara amica vorrei sapere il motivo per il quale hai deciso di ritornare a Cuba”. [23]

Per converso, alcuni dei suoi compatrioti che vivono nell'estero, delusi dal sistema di vita occidentale, le comunicano anche il loro desiderio di tornare a vivere a Cuba: “Ritornerò, vivo a Miami da 7 anni […] e a volte mi chiedo anche se sia valsa la pena dell'esilio fisico”, “Mi manca la mia gente […] . Un giorno o l’altro lo farò, ritornerò a casa con mio marito tedesco - un altro matto che è d’accordo di richiedere la residenza là”, “Perché sei tornata?…solitudine, nostalgia, rimpianto del passato. [Dopo, riferendosi al mondo occidentale] facce strane, gente triste e arrabbiata con il resto dell'umanità senza sapere perché, politici ugualmente corrotti e molti giorni grigi. Non è necessario che spieghi niente. Da 14 anni non ci sono soli nella mia mappa del tempo”, “Ho inoltrato [l'informazione] a mio papà che vive fuori da Cuba, che ha in progetto di ritornare”. [24]

Una delle due, o Yoani è fuori di testa per aver deciso di lasciare la Perla d'Europa e ritornare a Cuba, o la vita nell'Isola non è tanto drammatica come lei la descrive.

In un intervento nel suo blog nel luglio 2007, Yoani ha raccontato dettagliatamente l'aneddoto del suo ritorno a Cuba. “Tre anni fa […] a Zurigo […], ho deciso di ritornare e restare nel mio paese”, ha annunciato, sottolineando che si trattava di “una semplice storia del ritorno di un emigrante al suo luogo di origine”. “Comprammo biglietti di andata e ritorno” per Cuba. Quindi la Sánchez ha deciso di rimanere nel paese e di non ritornare in Svizzera. “I miei amici hanno creduto che stessi facendo loro uno scherzo, mia mamma si e rifiutata di accettare che sua figlia non vivesse più nella Svizzera del latte e del cioccolato”. Il 12 agosto 2004, la Sánchez si presentò all'ufficio di immigrazione provinciale di La Habana per spiegare il suo caso. “Tremenda sorpresa quando mi dissero, chiedi chi è l’ultimo della fila di quelli 'che tornano' […] . Cosicché trovai, all'improvviso, altri 'matti' come me, ognuno con la sua atroce storia di ritorno”. [25]

In effetti, il caso della Sánchez è lungi dall’essere un caso isolato, come illustrano questo aneddoto e i commenti lasciati nel suo blog. Un numero sempre maggiore di cubani che hanno scelto di emigrare all’estero, dopo avere affrontato numerose difficoltà di adattamento e aver scoperto che l’ “El Dorado” occidentale non brillava tanto quanto avevano immaginato e che i privilegi dei quali godevano in casa non esistevano da nessun’altra parte, decidono di ritornare a vivere a Cuba.

Invece, Yoani Sánchez omette di raccontare le vere ragioni che l’hanno indotta a ritornare a Cuba, oltre i motivi familiari che ha citato (motivi che sua madre apparentemente non ha condiviso, visto la sua sorpresa). Le autorità cubane le hanno concesso un trattamento di favore per ragioni umanitarie, permettendole di recuperare il suo status di residente permanente a Cuba, malgrado fosse stata più di 11 mesi fuori del paese.

In realtà, il soggiorno in Svizzera fu lungi dall’essere tanto idilliaco come aveva previsto. La Sánchez scoprì un sistema di vita occidentale completamente diverso da quello al quale era abituata a Cuba, dove, nonostante le difficoltà e le vicissitudini quotidiane, tutti i cittadini dispongono di un'alimentazione relativamente equilibrata malgrado la libreta de abastecimiento e le carenze, di accesso all'attenzione medica e all'educazione, alla cultura e al tempo libero gratuito, di un'abitazione e di un ambiente sicuro (la criminalità è molto bassa nell'Isola).

Cuba è forse l'unico paese del mondo dove è possibile vivere senza lavorare (la qual cosa non è sempre positiva).

In Svizzera, la Sánchez ha avuto enormi difficoltà per trovare un lavoro e vivere decentemente e, disperata, ha deciso di ritornare al paese e spiegare le ragioni di ciò alle autorità. Secondo queste, la Sánchez avrebbe supplicato piangendo i servizi di immigrazione che le concedessero una dispensa speciale per la revoca del suo status migratorio, e glielo hanno concesso. [26]

Yoani Sánchez ha deciso di occultare accuratamente questa realtà.

3. La ciberdissidenza

Nell’aprile 2007, Yoani Sánchez decise di far parte dell'universo dell'opposizione a Cuba fondando il suo blog Generación Y.

Dimenticandosi della magnanimità delle autorità verso di lei quando era ritornata a Cuba nel 2004, diventa così un'acerrima detrattrice del Governo di La Habana. Le sue critiche sono aspre, poco sfumate e a senso unico. Presenta un panorama apocalittico della realtà cubana e accusa le autorità di essere responsabili di tutti i mali. Non evoca mai, nemmeno un solo istante, il particolare contesto geopolitico nel quale si trova Cuba dal 1959.

Esistono centinaia di blog a Cuba.

Vari di essi denunciano in maniera incisiva alcune aberrazioni della società cubana. Ma la messa a fuoco è molto più sfumata e l'informazione meno parziale.

Tuttavia la stampa occidentale ha scelto il blog manicheo della Sánchez. [27]

Secondo la blogger, a Cuba, “sono naufragati il processo, il sistema, le aspettative, le illusioni. [È un] naufragio [totale]”, prima di concludere con questa metafora lapidaria: “la barca è affondata”. Per lei, è evidente che Cuba deve cambiare orientamento e governo: è necessario “cambiare il timoniere e tutto l'equipaggio” [28] a fine di elaborare “un capitalismo sui generis”. [29]

La Sánchez è una persona sagace che ha compreso perfettamente che poteva prosperare rapidamente con questo tipo di discorso apprezzato dalla stampa occidentale. Ha negoziato un tacito accordo con le multinazionali della comunicazione e dell’informazione.

Poiché, affinché la stampa occidentale conceda lo status di “blogger indipendente” e per godere di un certo spazio mediatico, è imprescindibile pronunciarsi contro il sistema e contro il governo ed esigere un cambiamento radicale e più concretamente il ritorno a un capitalismo d’impresa privata, e non limitarsi a denunciare alcune aberrazioni del sistema.

Come corroborare l'affermazione di collusione tra la Sánchez e le potenze mediatiche? Alla luce dei fatti. Appena alcune settimane dopo la nascita del suo blog, la stampa occidentale lanciò una straordinaria campagna di promozione al riguardo, presentandola come la blogger che osava sfidare al regime e le limitazioni alla libertà di espressione. Un'altra volta, i mezzi occidentali non si sono resi conto delle proprie contraddizioni. Da una parte, non smettono di ripetere che è assolutamente impossibile per qualunque cubano fare un discorso eterodosso nell'Isola che è proibito esporre la minima critica sul governo o perfino allontanarsi dalla linea ufficiale, a rischio di finire in prigione. D'altra parte, lodano l'ingegno di Yoani Sánchez la cui principale attività è criticare le politiche governative, con una libertà di tono che farebbe impallidire di invidia gli oppositori del mondo intero, senza che le autorità la disturbino. [30]

Così, dopo appena un anno di esistenza, mentre esistono decine di blog più antichi e non meno interessanti di quello della Sánchez, il 4 aprile 2008, la blogger cubana ha ottenuto il Premio di Giornalismo Ortega e Gasset, di 15000 euro, concesso dal giornale spagnolo El País. Di solito, questo premio viene concesso a prestigiosi giornalisti o scrittori con una lunga carriera letteraria. È la prima volta che lo ottiene una persona con il profilo della Sánchez. [31] Analogamente, la blogger cubana è stata selezionata tra le 100 persone più influenti del mondo dalla rivista Time (2008), in compagnia di George W. Bush, Hu Jintao e il Dalai Lama. [32]

Il suo blog è stato inserito nella lista dei 25 migliori blog del mondo dalla catena CNN e dalla rivista Time (2008) e ha vinto anche il premio spagnolo Bitacoras.com così come il The Bob's (2008). [33] Il 30 novembre 2008, il giornale spagnolo El País l'ha inclusa nella sua lista delle 100 personalità ispano-americane più influenti dell'anno (lista nella quale non appaiono né Fidel Castro, né Raúl Castro). [34] La rivista Foreign Policy ha fatto di meglio nel dicembre 2008, includendola tra i 10 intellettuali più importanti dell'anno. [35] La rivista messicana Gato Pardo ha fatto la stessa cosa nel 2008. [36] La prestigiosa università statunitense di Columbia le ha concesso il premio María Moors Cabot. [37] E l’elenco è lungo. [38]

Ciò nonostante, Yoani Sánchez, come riconosce con franchezza: “La rivista Time mi ha messo nella sua lista di persone influenti del 2008 insieme a novantanove persone famose. Me che non sono mai salita su un palco, né su una tribuna e che i miei i vicini non sanno se ‘Yoani’ si iscrive con ‘h’ nel mezzo o con ‘s’ finale. (…) Adesso mi manca solo la vanità di immaginare che gli altri iscritti si stiano domandando 'chi è questa sconosciuta blogger cubana che ci accompagna'?.” [39]

Senza volerlo, la Sánchez ha messo la rivista Time di fronte a un'enorme contraddizione:

Come può una blogger sconosciuta ai suoi stessi vicini essere compresa tra le 100 personalità più influenti del mondo?

È innegabile che qui, includendo la Sánchez, la rivista statunitense ha privilegiato i criteri politici e ideologici, il che proietta un'ombra sulla credibilità della classificazione. Questo vale anche per le altre classifiche.

4. Le condizioni di vita di Yoani Sánchez

Ennesima contraddizione. La stampa occidentale, raccontando le parole della Sánchez, non smette di ripetere che i cubani non hanno accesso ad Internet, senza spiegare come la blogger possa scrivere quotidianamente nel suo blog da Cuba. Grande è stata la sorpresa dei 200 giornalisti internazionali accreditati alla Fiera Internazionale del Turismo a Cuba, quel mercoledì 6 maggio 2009, quando hanno scorto la Sánchez tranquillamente installata nell'atrio di un lussuoso hotel (del Parque Central Martì dell'Avana) entrare in Internet, quando il prezzo della connessione è proibitivo persino per un turista straniero. [40] - (N.B - Tra i suddetti 200 giornalisti c'era anche l'italiano Gianfranco Ginestri).

Due domande sorgono, inevitabili: Come può Yoani Sánchez collegarsi a Internet a Cuba quando la stampa occidentale non smette di ripetere che non ha accesso ad esso? Da dove viene il denaro che le permette di avere un tenore di vita che nessun altro cubano può permettersi, quando ufficialmente non dispone di nessuna fonte di entrate?

Nel 2009, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha ordinato la chiusura di oltre ottanta siti Internet relazionati con Cuba che fomentavano il commercio e violavano così la legislazione sulle sanzioni economiche. Curiosamente, il sito di Yoani Sánchez è stato chiuso mentre propone l'acquisto del suo libro in italiano, oltre tutto tramite Paypal, sistema che nessun cubano che vive a Cuba può utilizzare a causa delle sanzioni economiche (che proibiscono, tra l’altro, il commercio elettronico). Allo stesso modo, la Sánchez dispone di un Copyright per il suo blog “© 2009 Generación Y - All Rights Reserved”. Nessun altro blogger cubano può fare la stessa cosa per le leggi del blocco. Come si spiega questo fatto unico? [41]

Anche altre domande hanno bisogno di una risposta. Chi c’è dietro il sito della Sánchez desdecuba.net il cui server è ospitato in Germania dall'impresa Cronos AG Regensburg (che ospita anche siti Internet di estrema destra), e registrato sotto il nome di Josef Biechele? Si scopre anche che la Sánchez ha fatto la registrazione del suo dominio mediante l'impresa statunitense GoDady la cui principale caratteristica è l'anonimato. La usa anche il Pentagono per registrare siti con tutta la discrezione necessaria.

Come può Yoani Sánchez, una blogger cubana che vive a Cuba, registrare il suo sito mediante un'impresa statunitense quando la legislazione sulle sanzioni economiche lo proibisce formalmente? [42]

D'altra parte, il sito Generción Y di Yoani Sánchez è estremamente sofisticato, con entrate per Facebook e Twitter. Inoltre, riceve 14 milioni di visite al mese ed è l'unico che è disponibile in non meno di…18 lingue (inglese, francese, spagnolo, italiano, tedesco, portoghese, russo, sloveno, polacco, cinese, giapponese, lituano, ceco, bulgaro, olandese, finlandese, ungherese, coreano e greco). Nessun altro sito del mondo, perfino quelli delle più importanti istituzioni internazionali come per esempio le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l'OCSE o l'Unione Europea, dispone di tante versioni linguistiche. Nemmeno il sito del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti né quello della CIA dispongono di una tale varietà. [43]

Un altro aspetto sorprendente. Il sito che alloggia il blog della Sánchez dispone di una larghezza di banda che è 60 volte superiore a quello di cui dispone Cuba per tutti i suoi utenti di Internet! Altre domande sorgono inevitabilmente al riguardo: chi amministra quelle pagine in 18 lingue? Chi paga gli amministratori? Quanto? Chi paga i traduttori che lavorano quotidianamente sul sito della Sánchez? Quanto? Inoltre, la gestione di un flusso di più di 14 milioni di visite mensili costa enormemente. Chi paga tutto questo? [44]

Yoani Sánchez ha perfettamente il diritto di esprimersi liberamente e di emettere critiche virulente verso le autorità di La Habana – e non si priva di farlo - sulle difficoltà quotidiane reali a Cuba. Non può né deve essere criticata per questo. Invece, commette una grave ipocrisia intellettuale quando si presenta come una semplice blogger e afferma che il suo unico obiettivo è esercitare onestamente il suo dovere di cittadina.

Il suo accanimento meticoloso per oscurare sistematicamente la realtà, evocare solo gli aspetti negativi, decontestualizzare le problematiche, ignorare metodicamente l'ambiente geopolitico nel quale si trova Cuba, particolarmente nella sua relazione con gli Stati Uniti e l'imposizione implacabile di sanzioni economiche che condizionano la vita di tutti i cubani, ricorrere a bugie come è stato facilmente verificabile nel caso della presunta “aggressione”, tendono a squalificarla. Il suo ruolo è innanzitutto quello di corteggiare una certa compagine fermamente opposta al processo rivoluzionario cubano e non quello di rappresentare fedelmente la realtà cubana nella sua complessità.

Un altro fatto unico: il presidente statunitense Barack Obama ha risposto a un'intervista di Yoani Sánchez. Così, mentre gli Stati Uniti affondano sempre di più in una crisi economica senza precedenti, mentre la battaglia a favore della riforma del sistema sanitario diventa sempre più difficile e i temi afgano e iracheno sono sempre più caldi, nonostante l'agenda straordinariamente fitta della presidenza, il tema estremamente sensibile delle sette basi militari statunitensi installate in Colombia che suscitano la riprovazione continentale, il colpo di Stato in Honduras nel quale Washington è gravemente implicata, le centinaia di richieste di interviste dei mezzi di stampa più importanti del mondo in attesa, Barack Obama ha lasciato da parte tutto questo per rispondere alle domande della blogger cubana. [45]

Nella sua intervista, la Sánchez non ha mai chiesto la fine delle sanzioni economiche che colpiscono tutti i settori della società cubana iniziando dai più vulnerabili (donne, bambini e anziani) che costituiscono il principale ostacolo allo sviluppo del paese e che sono respinte dall’l'immensa maggioranza della comunità internazionale (187 paesi nel voto nelle Nazioni Unite in ottobre di 2009) per il loro carattere anacronistico, crudele e inefficace. Al contrario, riprende esattamente la retorica di Washington al riguardo: “La propaganda politica ci dice che viviamo in un luogo assediato, di un David di fronte a Golia e del ‘vorace nemico’ o che sta per lanciarsi su noi”.

Le sanzioni economiche, che lei qualifica come semplici “restrizioni commerciali”, sono “tanto inutili e anacronistiche”, [46] non perché hanno conseguenze drammatiche per la popolazione cubana, bensì perché sono “usate come giustificazione allo stesso modo per i danni alla produzione che per reprimere quelli che pensano in modo diverso”. [47] Si tratta esattamente degli stessi argomenti evocati dalla rappresentante degli Stati Uniti alle Nazioni Unite in ottobre del 2009 per giustificare il mantenimento dello stato d’assedio che Washington impone a Cuba dal 1960, senza spiegare perché 187 paesi del mondo si prestano ogni anno da 18 anni a quello che lei qualifica come “propaganda politica”. [48]

Alla luce di questi elementi, risulta impossibile che Yoani Sánchez sia una semplice blogger che denuncia le difficoltà di un sistema. Potenti interessi si nascondono dietro la cortina di fumo che costituisce Generación Y che rappresenta una formidabile arma nella guerra mediatica che gli Stati Uniti fanno contro Cuba. Yoani Sánchez ha compreso perfettamente che l'obbedienza ai potenti si ricompensa generosamente (più di 100000 dollari in totale). [49]

La signora Sanchez ha scelto inserirsi nel commercio della dissidenza e vivere giorni felici a Cuba.

Salim Lamrani vive a Parigi dove è professore, scrittore e giornalista… specialista delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti… Ha pubblicato i libri: Washington contre Cuba edizioni Pantin; Le Temps de Cerises, Francia 2005, Cuba face à l'Empire (Cuba contro l'Impero) edizioni Timéli, Svizzera, 2006 e Fidel Castro, Cuba et les États-Unis (Pantin: Le Temps de Cerises, 2006).

lamranisalim@yahoo.fr

NOTE:

[1] Andrea Rodríguez, “Cuban Blogger Says She Is Briefly Detained, The Associated Press, 7 novembre 2009.
[2] Yoani Sánchez, “Sequestro estilo camorra”, Generación Y, 8 novembre 2009. http://www.desdecuba.com/generaciony / (sito consultato il 15 novembre 2009).
[3] Ibid.
[4] Agence France Presse, “Texas executes Cuban-born gang member”, 11 novembre 2009.
[5] Le Monde, “Cuba: les USA indignés par les mauvais traitements infligés à des blogueurs», 10 novembre 2009.
[6] Yoani Sánchez, “Sequestro estilo camorra”, op. cit.
[7] Fernando Ravsberg, “Ataque a blogera cubana, ¿cambio de política”, BBC Mundo, 9 novembre 2009.
[8] CNN, “Yoani Sánchez golpeada en La Habana”, 9 novembre 2009. http://www.youtube.com/watch?v=umu5..., (sito consultato il 15 novembre 2009).
[9] Agence France Presse, “Cuba: la blogueuse Yoani Sanchez dit avoir été frappée et brièvement détenue”, 7 novembre 2009.
[10] Fernando Ravsberg, “Ataque a blogera cubana, ¿cambio de política”, op. cit.
[11] Ibid.
[12] Yoani Sánchez, “Sequestro estilo camorra”, op. cit. ; Youtube, “Entrevista a Yoani Sánchez tras la golpiza que recibió por parte del Gobierno Cubano”, 9 novembre 2009. http://www.youtube.com/watch?v=7CzD... (sito consultato il 15 novembre 2009).
[13] Fernando Ravsberg, “Ataque a blogera cubana, ¿cambio de política”, op. cit.
[14] Ibid.
[15] Corrispondenza con lsua Eccellenza Sig. Isaac Roberto Torres Barrios, Ambasciatore della Repubblica di Cuba a Berna, 17 novembre 2009.
[16] Yoaní Sánchez, “Mi perfil”, Generación Y.
[17] France 24, “Ce pays est une immense prison avec des murs idéologiques”, 22 ottobre 2009.
[18] Yoaní Sánchez, “Sietepreguntas”, Generación Y, 18 novembre 2009.
[19] Yoaní Sánchez, “Final de partida”, Generación Y, 2 novembre 2009.
[20] Yoaní Sánchez, “Seres de la sombra”, Generación Y, 12 novembre 2009.
[21] Yoaní Sánchez, “Mi perfil”, Generación Y, op. cit.
[22] Yoaní Sánchez, “L’improbable entrevista de Gianni Miná”, Generación Y, 9 maggio 2009.
[23] Yoaní Sánchez, “Vine y me quedé”, Generación Y, 14 agosto di 2007.
[24] Ibid.
[25] Ibid.
[26] Corrispondenza con sua Eccellenza Sig. Orlando Requeijo, Ambasciatore della Repubblica di Cuba a Parigi, 18 novembre 2009.
[27] Libertad Digital, “Yoani Sánchez: 'H emos naufragado; hace rato que estamos bajo el agua', 12 novembre 2009. http://www.libertaddigital.com/mund...
[28] Ibid.
[29] Mauricio Vicent, "Los cambios llegarán a Cuba, pero no a través del guión del Gobierno", El País, 7 maggio 2008.
[30] Yoani Sánchez, Generación Y.
[31] El País, “EL PAÍS convoca los Premios Ortega y Gasset de periodismo 2009”, 12 gennaio 2009.
[32] Time, «The 2008 Time 100”, 2008. http://www.time.com/time/specials/2... (sito consultato il 25 novembre 2009).
[33] Yoani Sánchez, “Premios”, Generación Y.
[34] Miriam Leiva, “La 'Generación Y' cubana”, El País, 30 novembre 2008.
[35] Yoani Sánchez, “Premios”, op. cit.
[36] Ibid.
[37] Ibid.
[38] El País, “Una de las voces críticas del régimen cubano, mejor blog del año”, 28 novembre 2008.
[39] Yoani Sánchez, “¿Qué hago yo ahí?”, Generación Y, 3 maggio 2008.
[40] Guillermo Nova, “Bloguera cubana Yoani Sánchez descubierta escribiendo sus artículos desde el wi-fi de hoteles”, Rebelión , 11 maggio 2009.
[41] Norelys Morale Aguilera, “Si los blogs son terapéuticos ¿Quién paga la terapia de Yoani Sánchez?”, La República, 13 agosto di 2009.
[42] Ibid.
[43] Yoani Sánchez, Generación Y.
[44] Norelys Morale Aguilera, “Si los blogs son terapéuticos ¿Quién paga la terapia de Yoani Sánchez?”, op. cit.
[45] Yoani Sánchez, “Respuestas de Barack Obama a Yoani Sánchez”, Generación Y, 20 novembre 2009.
[46] Yoani Sánchez, “Siete preguntas”, Generación Y, 19 novembre 2009.
[47] Yoani Sánchez, “Made in Usa”, Generación Y, 18 novembre 2009.
[48] Yoani Sánchez, “Siete preguntas”, op. cit.
[49] Yoani Sánchez, “Premios”, Generación Y.

Fonte: http://cubainforma.interfree.it/2009/stampa/contraY.htm

mercoledì 30 dicembre 2009

La resistenza palestinese e la sinistra: 70.000 persone alla manifestazione del FPLP


Unità e fermezza: più di 70.000 persone in piazza a Gaza per il 42° anniversario del FPLP

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Oltre 70.000 persone tra quadri, membri e simpatizzanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il popolo della striscia di Gaza, si sono ritrovati allo Stadio della Palestina per il raduno in occasione del 42° anniversario del PFLP il 12 dicembre 2009, riversandosi poi nelle strade circostanti con portando bandiere, stendardi e poster dei martiri e dei leader del Fronte Popolare.

Fin dalle prime ore del mattino, folle di giovani e vecchi, uomini, donne e bambini si sono messi in viaggio dalle varie province della Striscia e da tutti i campi e i villaggi verso Gaza City per la manifestazione, rispondendo all'appello del Fronte Popolare di partecipare con lo slogan “Unità, fermezza e resistenza - fino alla vittoria!”.

Il compagno Rabah Muhanna, membro dell’Ufficio Politico del FPLP e leader della sezione di Gaza, ha fatto appello al mantenimento e al potenziamento della resistenza generale e di quella armata, in particolare contro il nemico sionista, facendo appello per la costruzione di una struttura di coordinamento di tutta la resistenza che serva a combattere per riconquistare i nostri diritti. Il compagno Muhanna ha sottolineato il fatto che la strada dei negoziati, da Oslo ad Annapolis, ha condotto ad un punto morto, e che serve una dichiarazione da parte di tutte le forze palestinesi della morte definitiva dell’opzione dei cosiddetti “negoziati” e la fine immediata del cosiddetto “periodo transitorio”, inclusa la fine completa della cooperazione in merito alla sicurezza con l’occupante.

Egli ha lanciato un appello urgente all’unità nazionale, affermando che questa è una necessità per la vittoria e che tutti i prigionieri politici in Cisgiordania e a Gaza devono essere liberati, e che questa unità deve essere stabilita sulla base della causa e dell’interesse nazionale palestinese, rispondendo al sacrificio di migliaia di martiri, feriti e prigionieri: arrivare ad uno Stato indipendente con Gerusalemme come capitale, l’autodeterminazione e il diritto al ritorno.
Il compagno Muhanna ha salutato il popolo palestinese che vive nella Palestina occupata dal ‘48, della Cisgiordania, di tutta Gaza, nei campi e ovunque nel mondo nella diaspora e dell’esilio, esprimendo la totale determinazione del Fronte Popolare di lottare per il raggiungimento di una piena vittoria contro il regime di occupazione criminale fascista.

Egli ha sottolineato l’esperienza storica del Fronte Popolare nello scontro col Sionismo come estensione della lotta del Movimento Nazionalista Arabo. Ha dichiarato che il Fronte Popolare continuerà a seguire la propria traiettoria storica nella lotta rivoluzionaria per raggiungere la vittoria e la sconfitta completa del criminale nemico sionista e del campo che lo sostiene rendendolo potente e aggressivo e che indebolisce il nostro popolo e gli impedisce di progredire, il campo imperialista e le sue componenti e i suoi eserciti reazionari, sotto la direzione barbara dell’imperialismo statunitense.
Il compagno Muhanna ha concluso il suo discorso con un appello all’unità nazionale, invocando i colori della bandiera palestinese e gli stendardi delle fazioni palestinesi: il verde per Hamas, il bianco per Fatah, il nero per la Jihad Islamica e il rosso per il FPLP, facendo appello al nostro popolo ad essere unito tra tutta questi colori sotto la bandiera nazionale palestinese.

Ha parlato anche Almazah Sammouni, che ha perso la propria famiglia nell’aggressione a Gaza del dicembre 2008-gennaio 2009, dicendo “…non sono venuto qui oggi per piangere o per portare il lutto per la mia famiglia, la famiglia Sammouni, che ha sofferto sotto i colpi e i missili dell’occupante come migliaia di martiri del nostro popolo, ma sono venuto per esprimere il mio orgoglio per il loro sacrificio e impegno”. Ha fatto poi appello a tutte le forze palestinesi, in particolare a Fatah ed Hamas, ad unirsi sotto lo stendardo del sangue dei martiri con la promessa di un futuro migliore per il nostro popolo e per i nostri bambini, e a lottare per far perseguire l’occupante e ai suoi leader per i crimini contro il popolo palestinese trascinandoli nei Tribunali internazionali.

Alla manifestazione ha parlato la compagna Amna Rimawi, moglie del compagno imprigionato Majdi Rimawi e dirigente del consiglio del villaggio di Beit Rima, uno degli eroi dell’operazione leggendaria del 17 ottobre che colpì il ministro del turismo Rehavam Ze’evi, noto estremista sionista, esprimendo i propri saluti a nome delle famiglie dei prigionieri facendo appello a coloro che hanno catturato il soldato dell’esercito occupante Gilad Shalit chiedendogli di far rispettare le condizioni che sono state stabilite per lo scambio di prigionieri, perché le famiglie e i prigionieri sanno che l’unico strumento per la loro liberazione viene dalla resistenza.

Mohammad Khalidi, un lavoratore palestinese disoccupato, ha parlato indossando la propria uniforme di lavoro, denunciando la povertà e la disoccupazione causate dall’assedio e dall’occupazione. Egli ha detto: “noi siamo qui per affermare la nostra fermezza come lavoratori contro la macchina da guerra sionista,di fronte a un assedio ingiusto e alla disoccupazione mortale”.

La celebrazione, presieduta dal compagno Hani Al-Thawabteh, membro del Comitato Centrale della sezione di Gaza, e dalla compagna Shireen Abu-Oun ha previsto anche momenti di poesia, rappresentazioni artistiche e decine di messaggi di congratulazioni dalla direzione del Fronte Popolare all’estero, da Hilda Habbash, moglie del fondatore il dr. George Habbash, dal segretario generale del Fronte Popolare, il compagno prigioniero Ahmad Sa’adat e da Abla Sa’adat e Sumoud Sa’adat, sua moglie e sua figlia.

Buon anno compagni

I Compagni del PRC di Nichelino vi augurano un buon anno

domenica 27 dicembre 2009

Il Vaticano rivaluta Marx

Il Vaticano rivaluta Marx: meglio lui dei liberisti, pensiamo a chi non ha lavoro

Sull'Osservatore Romano le riflessioni del gesuita padre Georg Sans: "Se viene considerato superato, prevalgono altri pensatori, in particolare i neoconservatori: e non è un bene"

Città del Vaticano, 21 ottobre 2009 - "Mi sembra che certi problemi posti da Marx siano ancora validi, importanti per capire il mondo di oggi, dunque rileggiamo Marx per non lasciare tutto il campo delle discussioni economiche e sociali ai neoliberisti; se Marx viene considerato del tutto superato (NON PER NOI) prevalgono altri tipi di studiosi, in particolare i neonconservatori, e non so se questo è un bene". È quanto spiega padre Georg Sans in merito alla scelta di dedicare un lungo articolo della Civiltà cattolica, l’autorevole rivista dei Gesuiti, al pensiero di Karl Marx.
Il testo è stato poi ripreso, sotto forma di estratto, dall’Osservatore romano. Padre George Sans insegna storia della filosofia contemporanea all’Università Gregoriana di Roma.

"Scorrendo gli indici della Civiltà Cattolica - spiega - mi sono reso conto che l’argomento ‘Marx’ quasi non era trattato, poi mi ha stupito il fatto che l’articolo sia stato ripreso dall’Osservatore romano".

"L’idea dell’articolo - afferma ancora il gesuita - è nata dalla ricorrenza dei vent’anni della caduta del Muro di Berlino, un pezzo della nostra storia contemporanea al quale ora possiamo rivolgere uno sguardo più libero e calmo".

"Così - rileva padre Sans - ho osservato il fatto che negli anni ‘60 e ‘70 c’è stata anche troppa attenzione al pensiero di Marx, ma ora siamo caduti in una dimenticanza completa. Cosa rimane di lui ora, è la domanda che mi sono posto".

Secondo il gesuita sono due le questioni lasciate in eredità dal filosofo di Treviri che meritano la nostra attenzione: "come dobbiamo intendere il nostro lavoro, che non si svolge più in fabbrica, ma che in ogni caso rimane lavoro salariale. È un problema di carattere umano e antropologico, e rimangono le incidenze del sistema economico sul modo in cui lavoriamo. Oggi siamo propensi a ragionare sul lavoro anche in termini di autorealizzazione, questa era una riflessione estranea al pensiero di Marx, noi abbiamo cioè una prospettiva più ampia".

"Ma c’è ancora il problema delle condizioni di chi ha e anche di chi non ha lavoro -prosegue padre Sans- questo è un discorso che invece Marx ha fatto. Si tratta allora di guardare non tanto alle categorie per esempio dei professionisti, ma di chi svolge oggi l’equivalente del lavoro di fabbrica svolto ai tempi di Marx, come gli addetti alle pulizie o tutti coloro che lavorano nei gradini più bassi della scala sociale".

Ancora rimane aperta e irrisolta, secondo padre Sans "la teoria del denaro". In sostanza "se la teoria classica del denaro vedeva nella moneta un tipo di lavoro, invece che della merce viene scambiato appunto il denaro, la teoria diventa insufficiente quando il denaro perde la sua funzione di scambio. Ed è appunto ciò che avviene nell’economia capitalistica, dove c’è un secondo tipo di denaro, il capitale, che sta in banca e accresce o perde lavoro per cause esterne. Uno dei fattori che determinano questa oscillazione è il lavoro prestato da qualcuno, ma nè Marx nè qualcuno dei suoi successori è riuscito a spiegare come funziona questo meccanismo".

Fonte:
http://quotidianonet.ilsole24ore.com/politica/2009/10/21/250492-vaticano_lavoro.shtml

Il PRC di Nichelino non rivaluta il Vaticano, anzi, continua ad attaccarlo ferocemente
Ma ci fa piacere notare che, pure loro, "iniziano" a comprendere che cos'è il marxismo e cos'è il capitalismo
Noi siamo e restiamo orgogliosamente Comunisti e Marxisti